L’INNAMORATO DI BERLUSCONI

June 29, 2008

Un gentile lettore ha affermato che io sono “politicamente innamorato del Berlusca”. La cosa mi ha stupito. Innanzi tutto per il termine: “innamorato”. Io, innamorato? Ecco qualcosa che non mi sarebbe mai venuta in mente. Ma mi sono lo stesso chiesto che cosa ci fosse di vero.
Come molti altri ho conosciuto Berlusconi nell’estate del 1993. Ho seguito i suoi sforzi per spingere i democristiani a resistere sul serio alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, l’ho visto fallire in questo tentativo, l’ho visto con perplessità “scendere in campo” e poi, dal momento che rappresentava l’unica forza che si opponeva alla sinistra, senza molte speranze l’ho votato. Pensavo di avere fatto una scelta insolita e mi sono ritrovato con più di mezzo elettorato italiano: la “gioiosa macchina da guerra” era stata ignominiosamente battuta.
Berlusconi si è dimostrato un genio della politica. Non conosco altri casi di un uomo che è un privato cittadino nel giugno di un anno e Primo Ministro nel giugno dell’anno successivo. È stupefacente che gli italiani non si siano resi conto di essere contemporanei di un politico straordinario, come forse non ne erano mai nati, in Italia.
Il secondo, colossale merito di Berlusconi è stato quello di capire ciò che la Democrazia Cristiana del 1993 non comprese affatto: e cioè che l’Italia anticomunista esisteva ancora e che, malgrado il ciclone di Mani Pulite, bastava fare appello ad essa. Questo conferma il detto di De Gaulle secondo cui il potere non lo si conquista, lo si raccatta. Berlusconi ha raccattato la leadership dell’Italia. Forse non è il grand’uomo che i suoi estimatori pensano, ma i suoi oppositori valevano e valgono molto meno di lui.
Ma per quale motivo oggi bisognerebbe sostenerne l’azione, o viceversa andare contro di lui?
Per andare contro di lui basta dire che è un disonesto; che è tutt’altro che un uomo di Stato; che è entrato in politica per fare i propri interessi e solo questo ha fatto. Basta infine soffrire d’invidia e dire che lo si trova antipatico e infatti qui il tema è un altro: giustificare perché, pur senza esserne innamorati, si può votare per Berlusconi.
Un uomo di buon senso non crede mai che tutto il bene stia da una parte e tutto il male dall’altra. In particolare, per quanto riguarda gli uomini politici, sa che essi non sono mai dei santi: tanto che è opportuno astenersi da fruste valutazioni morali. È meglio orientarsi in base a questo semplice principio: qual è il peggiore leader, il peggiore partito, il peggiore raggruppamento? E votare per l’altro.
Nel caso italiano abbiamo da un lato un raggruppamento che si vuole moralista ed egalitario, che ha in odio la ricchezza e la prevalenza del merito, che è soprattutto statalista. Che crede di potere risolvere i problemi del Paese allargando l’ambito dell’intervento pubblico; dilatando la burocrazia; incrementando il numero degli enti statali, e conseguentemente aumentando la pressione fiscale. Dall’altro lato abbiamo un raggruppamento che ha, o dovrebbe avere, un’ispirazione liberale. Che dovrebbe dunque essere a favore di uno Stato minimo, pronto a premiare il merito e sanzionare l’inefficienza. Uno Stato che segue il principio di sussidiarietà e dovrebbe dunque diminuire la pressione fiscale. Se uno è tendenzialmente a favore del secondo raggruppamento deve votare per esso quand’anche fosse capeggiato da Satana in persona.
Berlusconi ha principi in linea con quelli qui descritti e, quand’anche li avesse per interesse, la cosa non mi darebbe fastidio. Perché sono anche i miei interessi. Vorrei uno Stato che non pretendesse di essere il mio direttore spirituale, che si occupasse una buona volta di far funzionare la giustizia, che realizzasse veramente l’ordine pubblico, che mettesse rimedio agli sprechi, che tagliasse le unghie ai sindacati quando esagerano o proteggono i disonesti, che pigiasse sull’acceleratore dell’economia liberista, che facesse per l’Italia quello che il governo irlandese negli scorsi anni ha fatto per l’Irlanda. Uno Stato che mi lasciasse in pace. Non ci riuscirà? Non potrei lo stesso lamentarmi, perché so che la controparte avrebbe fatto anche di peggio. Si è visto col governo Prodi.
Innamorato, dunque? Assolutamente no. Il Pdl potrebbe essere altrettanto bene essere guidato da Antonio Martino, Giulio Tremonti, Gianni Letta, Renato Brunetta e forse qualche altro. Berlusconi è stato essenziale per vincere le elezioni, ma ora, e fino alla fine della legislatura, Palazzo Chigi potrebbe anche avere un altro inquilino.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it
29 giugno 2008
Come ho già scritto, sarò assente per un paio di settimane, dunque vi prego di spedire gli insulti al mio indirizzo e-mail. Li leggerò al mio ritorno.

SARO’ ASSENTE PER TRE SETTIMANE

Perché è meglio far sesso con una maestra che con un’infermiera?” “La maestra dice: ed ora ripetiamo tutto. L’infermiera dice: Avanti il prossimo!”
Il ladro ha rubato un Tir carico di grappa. Il giudice gli chiede: “Ma che cosa intendeva fare, con tutta quella grappa?” “Venderla”. “E col denaro ricavato?” “Ubriacarmi”.
“Vorrei qualcosa che copra le zone problematiche del mio corpo”, dice una cliente al commesso di un supermercato. “Sacchi a pelo, terzo piano”.

KEEP SMILING

June 28, 2008

Due cacciatori avvistano un cervo. Uno dei due dice: “Non ci ha visti. Lascia fare a me e penso che quella bestia possa fare testamento”. Spara e lo manca. E l’altro, vedendo il cervo saltar via: “Sta correndo dal notaio”.
Una donna tre volte vedova va dal ginecologo, e questi la trova vergine. “Come mai?” “Il mio primo marito fu un architetto, non riusciva mai ad andare oltre il progetto. Il secondo fu un politico, che mi prometteva sempre grandi notti d’amore, ma non manteneva mai. Il terzo è stato un artigiano che mi diceva sempre: Domani cominciamo”.

Si consiglia la lettura dell’articolo che segue, dal titolo "La Svolta".

LA SVOLTA

June 27, 2008

  La base dell’economia è la limitatezza dei beni. Nessuno vende aria da respirare agli angoli delle strade, perché l’aria è disponibile per tutti gratis e in quantità illimitata. Viceversa, la maggior parte dei beni non è come l’aria: un chiodo, un paio di scarpe o un’automobile non sono disponibili gratis per tutti. Poco o molto che sia, i beni e i servizi vanno pagati.
Dall’economia si può facilmente passare ad un principio ancor più generale: tutti gli uomini sono insoddisfatti. Vorrebbero avere più di quel che hanno e per questo vivono sperando in futuri miglioramenti.
Questa è la condizione umana, e solo la saggezza può porle qualche rimedio: misurare esattamente la propria situazione, limitare i propri desideri, apprezzare ciò che si ha e ridimensionare ciò che non si ha. Ma è esercizio difficile e raro. Si può dunque rimanere fermi all’affermazione generale: tutti gli uomini sono insoddisfatti.
Purtroppo c’è chi sfrutta  questo loro sentimento. Cominciano i produttori di beni. Essi sono capaci di reclamizzare un profumo non come qualcosa “che non vi farà puzzare” ma come “un vero filtro d’amore”, per non parlare degli imbroglioni che promettono agli uomini di bassa statura di renderli più alti o all’oceano dei calvi di fargli ricrescere i capelli. E non è detto che costoro siano i peggiori: essi infatti possono ingannare solo chi vuole essere ingannato: i romani parlavano di dolus bonus. I più disonesti sono quelli che promettono di risolvere non un piccolo inconveniente ma “il problema dell’esistenza”. Di questa lista fanno parte al più basso livello i maghi, al più alto le religioni, e in mezzo i politici. I maghi operano con incantesimi ingenui e possono essere dimenticati; le religioni hanno a loro favore il fatto che o promettono la felicità in un’altra vita (Cristianesimo, Islamismo) o invitano alla saggezza (confucianesimo) e dunque a risolvere da sé il problema; gli imperdonabili sono i politici.
I politici non affermano di operare magie: osano rivolgersi alla razionalità, al senso del reale dei cittadini. Non promettono la felicità nell’aldilà, ma nella prossima legislatura. Tutto questo possono farlo in due modi: o fanno promesse concrete (che spesso non mantengono) o, più scorrettamente, promettono la felicità in sé. Nel primo caso abbiamo i cosiddetti “libri dei sogni”, nel secondo solo alate parole. Parlano di “un altro modo di governare”, “un deciso cambiamento nel Paese”, “un rilancio dell’economia”, ed altre vaghezze. L’esempio più recente sono i discorsi del candidato democratico americano Barack Obama. Anche in Italia egli è già l’idolo dei giovani, della sinistra e dei progressisti. I sondaggi lo dànno favorito rispetto a McCain e tuttavia praticamente nessuno sarebbe capace di rispondere a questa semplice domanda: “Qual è il programma di Obama?” Il programma non c’è. “We can change”, egli dice. Sì, ma che cosa si può cambiare? Per sostituirlo con che cosa? E in qual modo, con quali mezzi? Se fosse eletto, chissà, potrebbe essere un buon Presidente, potrebbe fare egregie cose: ma cose che certo non ci ha rivelato in anticipo.
Nella truffa il raggiro mira a rendere plausibile le ragioni per cui la vittima dovrebbe fare un affarone, tacendo le ragioni per cui esso è inverosimile. Su internet tutti abbiamo ricevuto la comunicazione di avere vinto in fantomatiche lotterie cui non avevamo partecipato: quanto bisogna essere sciocchi ed avidi, per credere una cosa del genere? Probabilmente la piccola truffa funziona così: “Avete vinto centomila euro, mandateci dieci euro per le spese postali”. Poi i centomila non arrivano e loro si tengono i dieci euro. Amen.
Nello stesso modo, i politici promettono aria fritta, un cambiamento, una svolta e lo zucchero filato per tutti. Sono degli imbroglioni ma si rivolgono a cittadini che vogliono essere imbrogliati: dunque non bisognerebbe fare i moralisti. Gli uni meritano gli altri e per questo bisogna tenersi ben stretta la democrazia, con tutti i suoi difetti: essa permette almeno di rimandare a casa chi ha governato male.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 giugno 2008
Avverto che, dalla fine del mese, sarò assente per tre o quattro settimane

DI PIETRO E IL PD

June 26, 2008

Si suggerisce di leggere l’articolo che segue e, soprattutto, si sarebbe lieti di avere delle spiegazioni, se per caso qualche lettore ne avesse capito di più.

DI PIETRO E IL PD

Nell’ultima campagna elettorale siamo stati in molti ad essere delusi dalla scelta del Pd di cooptare Di Pietro. Osservavamo quanto fosse stupefacente che il nuovo partito, per divenire moderno e nient’affatto fanatico, mentre escludeva sue proprie costole come Rifondazione Comunista, o perfino i titolari della propria ideologia, e cioè i socialisti, accettava come socio a pieno titolo quel partito unipersonale che ha una sola bandiera: il sostegno incondizionato ed acritico ai magistrati. In particolare quando attaccano Berlusconi. Assurdamente, si è rinunciato all’Unione perché aveva come unico argomento l’odio al Cavaliere e poi si è data l’esclusiva di quell’argomento ad un partito senza ideologia, se non un moralismo brutale accoppiato ad una connaturata mancanza di scrupoli. Un partito che è una caricatura incolta del giacobinismo.
Queste cose apparivano così evidenti che, ragionevolmente, si riuscivano a fare solo due ipotesi: la prima che “il Pd non potesse dire di no”, per motivi ignoti. La seconda che, secondo i calcoli, la vittoria dipendesse da quel 2-4% di voti che poteva portare l’ex-pm. Lasciando da parte la prima possibilità, la seconda pareva francamente incredibile. Lo scarto previsto dai sondaggi era ben maggiore del 2-4%. Ancora oggi sul “Corriere della Sera” Angelo Panebianco scrive: il “Partito democratico [era] in una fase di fortissimo deterioramento del rapporto fra il centrosinistra e l’opinione pubblica. A Veltroni non venne affidato il compito (impossibile) di vincere ma quello di salvare il salvabile”. Non solo dunque la sconfitta appariva certa, ma chi dice che quel 2-4% non sarebbe andato al Pd, se l’Idv fosse stata esclusa dalla coalizione? Se cioè fosse sparita come sono spariti tutti i partiti di estrema sinistra? La decisione ci appariva assurda ed autolesionista: ma poteva essere un giudizio fazioso. A un paio di mesi dalle elezioni si ha però il diritto di verificare come stanno le cose.
L’Idv ha preso il Pd come si prende un taxi e, una volta arrivata a destinazione, è scesa. Per cominciare, non è confluita nel gruppo del Pd come aveva promesso. Oltre ai vantaggi economici del gruppo autonomo ha voluto ottenere di avere le mani totalmente libere per fare una politica autonoma. Di Pietro si è posto in Parlamento come portavoce di quella sinistra che il sistema di voto ha tagliato fuori e si è messo a fare una concorrenza spietata al Pd. Prima ha messo in luce la sua presunta debolezza, perché si diceva aperto al dialogo, oggi si permette senza eufemismi di squalificarlo dinanzi all’intero elettorato: “Ci dicano se vogliono fare la ruota di scorta a Berlusconi”.  È, né più né meno, un’accusa di tradimento, tanto che l’alleanza è in pericolo e  “Ci vuole un immediato chiarimento pubblico”. Nel Pd “sono d’accordo a fare una legge sull’immunità, anzi l’impunità, per Berlusconi”! A tutto questo il Pd, per bocca di Antonello Soro, ha solo saputo rispondere che i toni di Di Pietro sono “inaccettabili”. Come se fosse questione di toni. Cosa che giustamente l’accusato irride. Né è più efficace rispondergli: “Non so chi gli abbia dato la patente per giudicare la qualità dell’opposizione del Pd”. In politica l’autorizzazione non è necessaria.
Ogni volta che si ha un brusco cambiamento di rotta e si crede che tutto sia ormai diverso, si dimentica quanto sia vischiosa la realtà. Non basta revocare l’Editto di Nantes per far sparire il protestantesimo dalla Francia, come non basta la ventata anticlericale della Rivoluzione per far sparire il Cristianesimo. E non basta eliminare i partiti estremisti per far sparire le centinaia di migliaia di persone che avevano come credo l’odio per Berlusconi. Il Pd ha cercato di superare questo schema ma poi, pur avendo orgogliosamente proclamato la volontà di “andare da solo”, ha scioccamente portato con sé chi  quella bandiera, anzi, quel capitale, ha deciso di raccoglierli e sfruttarli. Se oggi si votasse probabilmente Di Pietro avrebbe un aumento di consensi e il Pd un calo.
Avevamo visto bene: Veltroni e i suoi amici hanno fatto un pessimo affare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 giugno 2008

Avverto che dalla fine del mese sarò assente per circa tre settimane

IL COMUNISMO HA UN FUTURO?

June 25, 2008

Il comunismo ha due facce, una ideologica e una storico-politica. Dal punto di vista ideologico, è immortale: rimarrà nei libri di filosofia e nei libri di economia non diversamente da come vi rimarranno il colbertismo o il monetarismo. Se invece si pone il quesito dal punto di vista storico-politico – se cioè in futuro si avranno Stati come l’Unione Sovietica – la risposta è del tutto diversa: il “socialismo reale”, come è stato a suo tempo chiamato il regime comunista incarnato nella storia, è definitivamente morto. Dove ancora sopravvive qualche regime che si ispira alla falce e al martello, si ha soltanto una dittatura che trova più comodo avvalersi delle ultime tracce di quell’ideale fallito per mantenerne in concreto la struttura poliziesca e il totale controllo della popolazione. Il fallimento del comunismo – in termini di benessere e di libertà dei cittadini – è stato così patente, che oggi nessuno prende seriamente in considerazione una sua riedizione.
C’è tuttavia un terzo modo di vedere il comunismo. Un modo che ha ben poco a che vedere con la sua teoria e molto, invece, con la palingenesi da esso promessa.
Molti credono che il comunismo sia una ideologia tendente ad una migliore giustizia sociale: e da questo è derivato il suo successo. Ben pochi saprebbero dire che cos’è il plusvalore, per Marx; non diversamente da come gli risulterebbero incomprensibili termini quali circolazione forzosa, dumping, utilità marginale, legge di Gresham, e perfino elementari evidenze come l’utilità dello scambio o il prezzo come incontro tra domanda e offerta. Essi sognano soltanto di porre un termine all’avidità e all’egoismo degli uomini, di sradicare definitivamente la corruzione e la povertà, di creare una società in cui tutti sarebbero felici, se solo gli uomini fossero angeli. Il bisogno di credere a queste cose è così forte che sopravvive a tutto. La gente non riesce a rassegnarsi ai dati ineliminabili del reale e infatti i giornali sono sommersi da lettere che deprecano l’immoralità e propongono per ogni sorta di problema soluzioni tra l’inverosimile e l’infantile.
In generale, chi più vorrebbe il bene comune (e meno sarebbe capace di realizzarlo) ha una mentalità di sinistra. Ciò che la gente è pronta a percepire è il messaggio palingenetico: molti hanno creduto che “comunismo” significasse la fine dei privilegi e perfino di tutte le differenze fra gli uomini; un tipo di governo in cui la classe dominante fosse finalmente quella del popolo minuto; un regime economico che, smettendo d’ingrassare quelli che già sono ricchi, rendesse finalmente meno poveri i lavoratori. Un messaggio di giustizia e redenzione non dissimile da quello del Cristianesimo, insomma. Con l’unica, fondamentale differenza, che mentre il Cristianesimo il raddrizzamento dei mali lo promette nell’aldilà, il comunismo lo prometteva nell’ “aldiquà”. Ed è fallito proprio per questo. La realtà ha permesso la verifica della promessa e s’è visto che essa non era mantenuta. I lavoratori avrebbero dovuto essere più ricchi che nei paesi capitalistici ed erano invece più poveri. Avrebbero dovuto essere più liberi ed erano schiavi. Il comunismo avrebbe dovuto produrre l’uguaglianza, e invece i membri del partito erano “molto più uguali degli altri”, fino ad avere negozi loro riservati (Beriozka), vietati ai normali cittadini. Il risultato è stato un rifiuto viscerale da questo imbroglio, tanto che oggi, se vi sono paesi che non rischiano certo di divenire comunisti, sono proprio quelli che tali sono già stati.
Tutto questo appartiene al passato ma non tutti lo conoscono: e dunque la spinta che ha creato il successo del comunismo, cioè la tendenza all’utopia, è sopravvissuta a questa disfatta storica. Su di essa si basa - per esempio – il successo dei Verdi. Tutti gli indicatori economici dicono che la produzione di elettricità col sistema fotovoltaico è rovinosa, dal punto di vista finanziario? Questo non scalfisce le convinzioni di chi sogna un mondo ecologicamente perfetto. Tutte le esperienze dicono che più si nazionalizzano i servizi più diventano costosi e inefficienti? Questo non impedisce che gli ingenui sperino in grandi enti disinteressati e innamorati del bene comune. E si potrebbe continuare a lungo. La quantità di persone indifferenti ai dati reali e capaci di sognare cose belle e perfette, è talmente alta da avere un’influenza sulla vita degli Stati sviluppati. I molti votano e se, per esempio, confondono bomba atomica e centrali nucleari, si hanno le conseguenze che conosciamo.
In questo senso il comunismo è eterno. Esso è infatti una delle molte incarnazioni di quella speranza utopica che ha prodotto tanti disastri: non ultimi il nazismo e il maoismo. E di questa tendenza l’umanità non guarirà mai. Proprio perché, se tutti raggiungono la maggiore età fisica, non tutti raggiungono la maturità mentale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 maggio 2008

 

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI

June 24, 2008

Molta gente è convinta che il Cristianesimo sia fondato sul messaggio di Gesù contenuto nei Vangeli. Questo è vero solo fino ad un certo punto (1). In realtà, la dottrina della Chiesa si è venuta elaborando nel corso di secoli (2): in parte ha seguito l’insegnamento dei Vangeli, in parte ha assorbito le opinioni del popolo dei cristiani; per alcune parti ha stabilito regole ferree ed immodificabili (3), per altre si è lasciata la porta aperta (4); alcune parole del Vangelo le ha prese alla lettera (5), altre no (6); altre, infine (7), le ha interpretate estensivamente. Poiché tutte queste affermazioni possono sembrare azzardate, per ognuna di esse si fornirà uno scheletro di prova.
È (1) falso che l’intero Cristianesimo sia contenuto nei Vangeli perché tutta l’organizzazione della Chiesa, e buona parte della sua dottrina, non sono riconducibili ad essi. Sono costruzioni che si autoproclamano ispirate ai Vangeli, ma rimangono posteriori; (2) basta leggere una qualunque storia del Cristianesimo, per averne la prova; (3) le regole ferree ed immodificabili sono quelle affermazioni che la Chiesa ha dichiarato articoli di Fede, cioè dogmi. Sul momento essi sono sembrate evidenti ed eterni, anche se nelle vicende umane non tutto rimane evidente e c’è ben poco di eterno. Tuttavia la Chiesa ha preso un impegno definitivo; (4) un esempio di “porta aperta” è il celibato dei religiosi, che la Chiesa non ha mai elevato al livello di dogma e che potrebbe eliminare con una semplice decisione del Papa; (5) la Chiesa ha preso alla lettera le parole “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, mentre (6) non ha preso alla lettera l’invito a strapparsi un occhio se è causa di tentazione. Origene che, seguendo il Vangelo, si evirò, fu condannato dalla Chiesa. Infine (7) ha interpretato estensivamente (eccome!) le parole “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa”. O le parole su cui si fonda il sacramento della confessione. È chiaro che buona parte del cristianesimo, per quanto fondata sui Vangeli, è opinabile. I protestanti, cristiani anche loro, hanno dato una ben diversa interpretazione di quei testi e sostengono anzi di seguirli molto più fedelmente dei cattolici. Ma non è quello che qui interessa; qui si discute un particolare che può sembrare minimo: l’ammissione dei divorziati al sacramento dell’eucaristia.
La Chiesa non rifiuta l’eucaristia a chi è divorziato ma a chi vive con un’altra donna. Il divorzio in sé non costituisce peccato, a condizione che il divorziato o il separato si mantenga casto. Per la Chiesa il matrimonio civile non ha nessun valore, come nessun valore ha il divorzio. Se un uomo e una donna vivono insieme more uxorio (da sposati civilmente o no, non importa), per la Chiesa si ha concubinato: cioè una vita in costanza di peccato mortale. Chi vorrebbe che non fosse così chiede qualcosa d’impossibile. La Chiesa non può modificare i dogmi che essa stessa ha proclamato. Fra l’altro, questo è addirittura sancito espressamente nel Vangelo: il matrimonio è un legame che Gesù – contravvenendo alla legge mosaica che pure diceva di essere venuto a confermare - ha voluto indissolubile. Esso non può essere revocato. Non più di quanto si possa revocare il battesimo o il sacerdozio. Ecco perché è maldestro sollevare la questione. Un tentativo analogo fu fatto da un certo Enrico VIII, defensor fidei, con le conseguenze che si conoscono.
Qualcuno potrebbe sostenere che nel corso dei secoli la Chiesa è cambiata parecchio e potrebbe persino avere ragione: ma per quanto riguarda l’argomento in questione, non ci sono particolari necessità.
Sia detto di passaggio: quando la Sacra Rota dichiara nullo un matrimonio, dichiara che esso non è mai esistito, non che prima esisteva ed ora non esiste più.
Il Cattolicesimo non è una religione à la carte. Essere cattolici significa obbedire alle leggi della Chiesa e tuttavia, in concreto, molti si creano un Cristianesimo personale: si autossolvono, entrano in chiesa e fanno la comunione. Commettono un sacrilegio ma l’epoca delle grandi scomuniche è finita e questo per loro risolve la questione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2008

KEEP SMILING

June 23, 2008

Due yeti si incontrano e uno dice all’altro. “Sono stato in Alto Adige ed ho visto Reinhold Messner”. L’altro è molto stupito: “Allora esiste veramente?”

Un soldato scrive a casa: “Mia cara moglie, ti prego di spedirmi duecento euro per le sigarette, un paio di birre ecc. Dovrebbero bastarmi per una settimana o due”. La moglie risponde: “Ti spedisco trenta euro per le sigarette e un paio di birre. Etc lo trovi a casa”.

Marito e moglie a caccia. Passa in alto un uccello, l’uomo spara e l’uccello cade. “Ottimo tiro!” dice lui. E lei, con aria di compassione: “Temo che sparare non fosse necessario. Difficilmente sarebbe sopravvissuto cadendo da una simile altezza”.

“Le mie zie mi tormentavano. Ad ogni matrimonio mi dicevano ‘Il prossimo dovresti essere tu’. Finché mi sono stancato e le ho fatte smettere”. “Come hai fatto, ti sei sposato?” “No, ogni volta che le accompagnavo ad un funerale ho cominciato a dire: Le prossime dovreste essere voi due’”.

LA PERSECUZIONE GIUDIZIARIA

June 21, 2008
Se Berlusconi abbia o no subito una persecuzione giudiziaria, è questione che ciascuno risolve a modo suo. Per quanto riguarda i colpevolisti, in primo luogo esiste l’obbligatorietà dell’azione penale: se c’era una notitia criminis, la magistratura (inquirente) non poteva che procedere. Poi, se non c’erano le prove della colpevolezza, la stessa magistratura (giudicante) non poteva che assolvere, come di fatto è avvenuto. Ed anzi – aggiungono i colpevolisti – il Cavaliere ha beneficiato anche di prescrizioni del reato, che sono tutt’altro che assoluzioni. Dunque di che si lamenta? Questo ragionamento, apparentemente ineccepibile, è di fatto sbagliato da un capo all’altro.
1) L’obbligatorietà dell’azione penale. Il giudice non ha il potere, dinanzi a due denunce identiche, di iniziare il processo contro Tizio e non contro Caio. Infatti potrebbe far questo perché è amico di Caio, e sarebbe gravissimo: infatti il principio indefettibile del diritto è che “La legge è uguale per tutti”. Tutto ciò in teoria. In pratica le cose vanno diversamente.
In primo luogo, esiste l’archiviazione in istruttoria. Se i magistrati destinatari della notitia criminis fossero faziosi, e volessero favorire l’accusato, potrebbero dichiarare che gli indizi non sono sufficienti a sostenere l’avvio di un procedimento. Potrebbero sbattere la pratica in un cassetto e non pensarci più. Abbiamo in mente dei nomi, al riguardo, ma è meglio non farli. Ma c’è di più. Esiste una sproporzione fra le notitiae criminis, cioè le migliaia di denunce, e i pochi magistrati che dovrebbero occuparsene. La conseguenza è che essi sono effettivamente nell’impossibilità di obbedire al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Inoltre, mentre l’archiviazione richiede un esame del caso, qualunque giudice è esentato dall’occuparsi di qualunque reato, escluso l’omicidio e qualche altro (solo perché se ne occupano i giornali) sulla base del semplice principio: “non ne ho avuto il tempo”. Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale in concreto non è operante e invocarlo, nel caso di una persecuzione ad personam, è un atto d’imperdonabile ipocrisia.
Per non andare lontano, un caso capitato al sottoscritto. Anni fa un disonesto ha compiuto una piccola estorsione ai miei danni. Abilmente, pur pagando, mi sono procurato la prova del reato commesso scritta e firmata da lui. E tuttavia la mia denuncia, sostenuta da una prova evidente, non ebbe eco. Imparai così che l’obbligatorietà dell’azione penale non esiste nemmeno nel caso dell’estorsione (art.629 C.p., pena da cinque a dieci anni).
2) Poi si esprime la tesi che chi è stato assolto non ha nessun titolo per lamentarsi della giustizia. Si potrebbe allora chiedere come mai la legge punisca la diffamazione a mezzo stampa. Se un giornale scrivesse che Casini è stato visto palpeggiare un ragazzino di otto anni nei gabinetti di un cinema, ovviamente il leader dell’Udc farebbe un salto sulla sedia e pretenderebbe non solo che il giornale pubblichi una smentita a tutta pagina o quasi, ma anche di veder condannare il giornalista che ha firmato l’articolo e il direttore del giornale. E neanche basterebbe. Il danno provocato all’immagine di quell’uomo politico con una notizia totalmente inventata ma infamante non sarebbe riparato né pubblicando la smentita (“una notizia data due volte”, secondo la cinica espressione dei giornalisti) né obbligando il foglio a pagare un enorme risarcimento. La gente continuerebbe a chiedere: “Come è finita poi quella storia di Casini pedofilo?” Eppure, secondo la tesi dei giustizialisti, di che cosa potrebbe lamentarsi l’ex-presidente della Camera? La notizia è stata smentita. Punto. Analogamente, Berlusconi è stato processato soltanto per le tangenti alla Guardia di Finanza, All Iberian 1 e 2, caso Lentini, Medusa cinematografica, terreni di Macherio, Lodo Mondadori, Sme-Ariosto, accordi pubblicitari Rai-Fininvest, tangenti pay-tv, Telecinco in Spagna, collusioni con la mafia ma è stato assolto: di che si lamenta? E invece ha ragione chi ha detto: “Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà”. La gente infatti commenterà: “E va bene, non sarà stato colpevole di questo, ma è impossibile che sia accusato di cento cose e sia innocente per tutte loro. Magari i suoi avvocati, pagati profumatamente, avranno trovato un buon cavillo, mentre uno come me avrebbe sul groppone chissà quanti anni di prigione”. L’eccesso d’imputazioni, invece di provare la nequizia di qualcuno, prova l’intento persecutorio di qualcun altro.
3) Una parola va infine spesa per le prescrizioni. Da un lato questo genere di proscioglimento lascia inascoltata l’esigenza di giustizia, se l’imputato è colpevole; dall’altro lascia planare su di lui un’inammissibile ombra di colpevolezza, se è innocente. Se proprio bisogna parlarne è per sottolineare un capo d’accusa in più sulla testa dell’amministrazione giudiziaria italiana: Le prescrizioni, invece di provare la possibile colpevolezza dell’imputato, provano la sicura inefficienza della magistratura.
In sintesi: la prova della persecuzione giudiziaria di cui è stato vittima Berlusconi è dimostrata dal grande numero di indagini e processi di cui è stato fatto oggetto e le molteplici assoluzioni, invece di dimostrare la correttezza della magistratura in generale, provano la scorrettezza della magistratura inquirente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 giugno 2008