June 9, 2008

L’INCHIOSTRO VERDE

Molti decenni fa, nella Corte d’Appello Penale, prestava servizio un anziano giudice il quale, quand’era incaricato di scrivere (a mano) le motivazioni di una sentenza, usava l’inchiostro verde. Un’innocente mania, si dirà: tuttavia l’avvocato che doveva scrivere i motivi di ricorso, dinanzi a quel colore verde, sbiancava. Sapeva che si sarebbe trovato dinanzi ad un compito disperato non perché quel magistrato fosse particolarmente intelligente, o dialetticamente efficace, ma perché, di fatto, non motivava nulla. Era come se sostanzialmente scrivesse, con cento parole invece che con dieci, “la penso così”.

Il meccanismo merita di essere spiegato. Se si vuole dimostrare che Tizio è l’autore di un furto, si possono scrivere le seguenti ragioni: Caio l’ha indicato come colpevole; parte della refurtiva è stata trovata in casa sua; lui stesso ha fornito spiegazioni incredibili e contraddittorie; i suoi precedenti penali rendono credibile l’accusa. A questo punto l’avvocato può sostenere che Caio è un bugiardo, che in realtà l’imputato abita a casa del cognato, che le spiegazioni “incredibili e contraddittorie” sono state frutto dell’emozione dell’arresto e che infine i precedenti nulla provano. In generale, nell’amministrazione della giustizia, le cose vanno in questo modo. Se invece si scrive con l’inchiostro verde, e per lo stesso caso ci si limita ad affermare: “le risultanze processuali rendono evidente la colpevolezza di Tizio”, come si può difendere, l’avvocato? Da un lato dovrebbe essere sufficiente rispondere “A me non pare evidente e dunque l’imputato va assolto”; dall’altro, l’unica possibilità è mettersi ad ipotizzare quali risultanze processuali renderebbero evidente quella colpevolezza, per poi smontarle: col rischio di non azzeccare quella che il giudice di grado superiore metterà a fondamento della condanna; o col rischio di suggerire all’accusa un mezzo di prova cui non aveva pensato. E questo spiegava la disperazione degli avvocati dinanzi a quelle pseudo-sentenze.

Oggi, almeno per i processi di risonanza nazionale, il rischio è opposto: si hanno sentenze fluviali, di centinaia di pagine. Evidentemente, qui il problema è diverso: l’estensore cerca di prevenire ogni possibile obiezione e cerca di dimostrare di avere scritto un capolavoro giuridico. Ma le motivazioni non dovrebbero servire a far contenti i giornali o le televisioni, e neppure a fare la ruota: dovrebbero servire a giustificare il dispositivo. E non dovrebbero far sorgere il sospetto che, se il caso è importante, si è scrupolosissimi e completissimi, mentre, se si tratta di un caso qualunque, si possono scrivere le sentenze con l’inchiostro verde.

A meno che non si tratti di un processo con molti imputati, la motivazione della sentenza deve essere stringata pur essendo completa. Chi scrive una sentenza di duecento pagine cede – se non è al narcisismo – all’idea che si possa incontrovertibilmente convincere chiunque di qualcosa. E questa è un’illusione che lo studio della filosofia avrebbe dovuto togliergli. Gli uomini credunt quod cupiunt, credono quello che vogliono credere. La sentenza di primo grado nel processo di Cogne era lunghissima e completissima e tuttavia mezza Italia è rimasta innocentista. È vero che quella donna è stata infine condannata per omicidio, anche in Cassazione, ma ciò è avvenuto perché il caso, giuridicamente, era chiaro: non certo perché tutti si sono arresi dinanzi al testo oceanico del giudice di primo grado.

La motivazione di una sentenza dev’essere capace di convincere un bonus pater familias, non chiunque. Se si pretendesse l’accordo anche della persona condannata, o di un innocentista viscerale, non si condannerebbe mai nessuno. Avevano ragione gli antichi greci: la principale virtù consiste nell’evitare gli eccessi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

9 giugno 2008

ISRAELE HA SESSANT’ANNI

Era l’estate del 1967 e mi trovavo, da solo, a fare il turista in Germania. In non so più quale città, dietro una vetrina era esposta una grande carta geografica. Vi erano rappresentati con un colore tutti gli stati arabi che avevano dichiarato guerra ad Israele, e con un altro colore una macchiolina, al centro: Israele. Di fianco, le cifre: i chilometri quadrati, gli abitanti, e le forze che si erano scontrate nella Guerra dei Sei Giorni.
Guardavo quella carta, con un sorriso che mi andava da un’orecchia all’altra, e un anziano signore si fermò accanto a me. Poi, indicando con un dito la piccola Israele, chiese sinteticamente:
-Heimat? (Patria?)
-Nein, ich bin ein Italiener, risposi, aber es ist wunderbar” (No, sono italiano, ma è meraviglioso).
Avrei tanto amato conoscere meglio il tedesco per dirgli che non era necessario che io fossi israeliano per apprezzare quell’impresa epica. Era semplicemente bellissimo vedere che i molti aggressori perdevano contro il piccolo eroe aggredito, i prevaricatori contro chi aveva ragione, l’ingiustizia contro il buon diritto. Che finalmente la caccia all’ebreo era diventata uno sport pericoloso.
Sono passati quarant’anni e Israele è diventata sempre più forte e sempre più prospera, mentre i suoi vicini si attardano in una situazione di povertà e degrado. È un peccato, che tanta gente preferisca l’odio e la miseria alla pace e alla collaborazione. Ma l’amore non si può imporre a nessuno e si può solo augurare lunga vita a quella piccola democrazia.

Gianni Pardo