KEEP SMILING

August 31, 2008

Una coppia ha litigato tutto il giorno e alla fine ambedue si tengono il broncio. Infine vanno a letto e in cucina la moglie trova un biglietto: svegliami alle sette. Alle nove e mezza lui si sveglia, va in cucina, e trova un biglietto: “Sono le sette. Alzati!”

Il coniglietto va in farmacia e chiede al farmacista: “Hai carote?” “No”. Il giorno dopo: “Hai carote?” “No”. Il terzo giorno: “Hai carote?” “Sì, fresche dal mercato”. “Mangiale, fanno bene alla salute”.

SCIOGLILINGUA

August 30, 2008

Dal forum “Scioglilingua”, del “Corriere della Sera”, 30 agosto 2008
Ci sono espressioni che provano come molte persone, nell’uso della lingua, non hanno coscienza della funzione delle parole. In televisione per esempio si è sentito parlare di “punti chiavi” invece di “punti chiave”. L’errore nasce dal non capire che il singolare o il plurale riguarda il punto, non la chiave. Infatti “punto chiave” è un’espressione che significa “punto che costituisce – o in cui va cercata - la chiave per risolvere il problema”. Il plurale eventualmente sarebbe “punti che costituiscono – o in cui va cercata - la chiave per risolvere il problema”, e come si vede la seconda parte non muta. Analogo errore è il plurale “antifurti”. Questa parola, che i dizionari giustamente dànno come invariabile, si ritrova purtroppo in tante insegne. Qui non si capisce che la parola che dovrebbe avere il plurale, anche se sottintesa, è “congegno”. I (congegni) antifurto, gli antifurto. Il furto è infatti un concetto generale, come nelle analoghe espressioni “antiscippo”, “anticarro”, “anticancro”, “antinebbia”. Chi direbbe o scriverebbe “anticancri” o “antinebbie”? Nella stessa linea di trascuratezza lessicale si pone Walter Veltroni che, in occasione dei recenti provvedimenti per risolvere il problema dell’Alitalia, per ironizzare sui risultati, ha parlato non di una compagnia non “di bandiera”, ma di “di bandierina”. Se voleva sottolineare che la nuova entità sarà piccola e ridotta rispetto alla precedente avrebbe dovuto dire “compagnuccia di bandiera”, infatti è l’Alitalia, che diviene più piccola, non la bandiera italiana. O, almeno, è quello che speriamo.
Gianni Pardo

IL CADAVERE DELL’ALITALIA

August 29, 2008

A proposito dell’Alitalia, Berlusconi e il suo governo cantano vittoria; a proposito dell’Alitalia, la sinistra dice che è un imbroglio molto peggiore e costoso della vendita all’Air France; a proposito dell’Alitalia, molti siamo costretti a confessare: “Non ne abbiamo capito niente”.
Effettivamente, quando si arriva a questi livelli di finanza, la logica non basta più. Per essere accettati nell’area dell’euro, una delle condizioni imprescindibili era un debito pubblico inferiore al 60% del pil. A questo punto le persone ragionevoli dissero: l’Italia è fuori. Mai e poi mai riuscirà ad arrivare a questa percentuale. E invece è andata che l’Europa non ha tenuto conto delle sue stesse regole, si è accontentata di promesse e l’Italia oggi è indebitata più o meno quanto prima. In queste condizioni, come pretendere che per l’Alitalia si applichi la Tavola Pitagorica?
Andiamo all’essenziale. Da anni, la dichiarazione di fallimento dell’Alitalia sarebbe stata una necessità giuridico-economica. Il suo dissesto non è congiunturale: essa è (dis)organizzata in modo che, rimessa in pari oggi, ricomincerebbe ad accumulare debiti da domani. È un cadavere al di là di ogni sforzo di rianimazione.
Tuttavia in marzo questa società decotta un valore doveva averlo, diversamente Air France non avrebbe accettato di rilevarla: e questo è possibile solo se chi gliela vendeva offriva un attivo superiore al passivo. Ovviamente, perché ciò fosse possibile, bisognava che si facesse carico del passivo stesso. Dunque si vendeva la parte sana della compagnia. La sinistra insiste che l’attuale piano è rovinoso e che quello di Air France sarebbe stato più conveniente: quasi che Air France fosse disposta ad accollarsi tutte le passività. Ma questo è impossibile: la Francia non aveva nessun dovere e nessun interesse a farsi carico di enormi debiti italiani.
Se Air France poteva considerare economicamente utile acquisire l’Alitalia, e se ora la compagnia è acquisita da una cordata italiana, come mai quello che era un affare diviene un disastro? Ma - si può dire - le condizioni sono diverse. Benissimo. Facciamo l’ipotesi che Air France offrisse di più: come mai la società francese era più generosa, con le casse dell’Erario italiano, di quanto lo Stato italiano non sia con se stesso? E se invece le condizioni offerte da Air France erano peggiori, come mai ci strugge di nostalgia per il mancato affare con essa?
In realtà il presupposto, chiunque fosse l’avente causa, era che lo Stato italiano – guidato da Prodi o da Berlusconi poco importa – si facesse carico delle passività. Per questo è del tutto inutile protestare: chi compra per cento una cosa che vale cinquanta? E l’opposizione propone forse il licenziamento in tronco di parecchie migliaia di lavoratori?
 Il lato drammatico del problema è in effetti rappresentato dalla sorte del passivo e degli esuberi. Per il primo, è inutile che la sinistra e “la Repubblica” di Ezio Mauro alzino vibrate proteste contro questo debito caricato – sia pure per vie traverse - sulle spalle dei contribuenti. Sulle spalle di chi lo caricava, Prodi? Sulle proprie?
Per quanto riguarda gli esuberi, l’Italia è un Paese che non può permettersi di veder arrivare sul mercato del lavoro, in un sol colpo, ventimila nuovi disoccupati, cioè tutti i dipendenti dell’Alitalia in caso di fallimento. Meglio farsi carico, a qualunque costo, di tremila, quattromila o anche seimila lavoratori, salvando il resto e la pace sociale. Dunque, anche quelli che sognavano un bel fallimento di questa compagnia aerea (che lo merita da anni) dovranno rassegnarsi. È vero, oggi come a marzo - Prodi consule – tutti (e in particolare coloro che non hanno mai preso un aereo in vita loro) avrebbero preferito veder portare i libri in Tribunale, senza che questo costasse un euro alla collettività: ma si può chiedere al governo di suicidarsi?
Abbiamo detto che, quando si dibattono questi grandi problemi, la Tavola Pitagorica non vale più: ma i dilemmi esposti rimangono ineludibili. Se acquisire Alitalia conveniva ad Air France, può convenire ad un soggetto italiano. Se Prodi era capace di non caricare debiti sulle spalle dei contribuenti, ne è capace anche Berlusconi. E se invece c’era e c’è un costo da pagare per i debiti e gli esuberi, quel costo è da affrontare chiunque acquisisca Alitalia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 agosto 2008

KEEP SMILING

Da cosa si riconosce un motociclista felice e sorridente? Dai moscerini fra i denti anteriori.

La nonna novantenne, sulla sedia a rotelle, confessa al parroco: “Ho sedotto un giovane di trent’anni”. “Gentile signora, io le credo sempre, quando lei mi racconta qualcosa. Ma stavolta…” “No, è vero. È stato sessant’anni fa. Il fatto è che ci penso ancora oggi con piacere…”

IL RIBALTAMENTO DEI PREGIUDIZI

August 28, 2008

Mancano poco più di due mesi all’elezione del prossimo Presidente degli Stati Uniti e in politica questo è un tempo lunghissimo. Potrebbero accadere mille cose e forse una sola di loro potrebbe cambiare l’esito della consultazione. Come avvenne per l’elezione di Zapatero, con l’attentato di Atocha. E dunque solo se si prende la cosa come un gioco di società ci si può divertire a dire perché Obama non dovrebbe vincere.
I punti di forza del senatore dell’Illinois sono la sua gioventù e il suo aspetto elegante. Ma il valore visivo è un asso di briscola solo nel breve termine: poi ci si abitua e si bada ad altro. Questo candidato, per giunta, sembra il paradigma dei valori “pubblicitari”. Va avanti a slogan astratti: il “Cambiamento”, senza indicare in che direzione; il perentorio “possiamo farlo”, senza dire che cosa. Obama ha venduto se stesso come quelle fabbriche che, per invogliare all’acquisto, presentano la loro auto che riluce sotto luci sapienti, con accanto una bella ragazza. Questo può creare un capannello di curiosi: ma si può contare sul fatto che costoro firmeranno un contratto senza chiedere quanto costa, le prestazioni, il consumo, le garanzie?
Al momento del voto esiste il rischio che la sagra dei pregiudizi potrebbe ribaltarsi. Tutti siamo in teoria per l’uguaglianza dei sessi, delle razze, ecc., ma se qualcuno dovesse essere operato, in ospedale, e vedesse arrivare in camice il giovane e affascinante chirurgo del telefilm, chiederebbe: “Ma che esperienza ha, questo ragazzo? Non potrebbe operarmi il primario?” Riguardo ad Obama, all’ultimo momento gli americani potrebbero accorgersi che non ha un curriculum, non ha un programma, e in fondo non sanno chi è. Sanno soltanto che è giovane e, soprattutto, è nero: cose che potrebbero non giocare a suo favore.
Probabilmente il partito democratico con Hillary Clinton e Barack Obama ha commesso un errore. Finché si è trattato della nomination – cui partecipano soprattutto i più interessati – è stato bello presentarsi scevri da pregiudizi ed anzi pronti a favorire i tradizionalmente svantaggiati, le donne e i negri. Cose lodevoli. Ma l’elezione riguarda tutti gli americani, non solo coloro che hanno superato i pregiudizi stupidi. Al momento opportuno, quando è in ballo la propria sicurezza e il proprio futuro, la gente dimentica i buoni propositi. Se al momento del decollo la voce che al microfono dice “Vi parla il capitano” è quella di una donna, molti non sono contenti.  Stupido, vero? Ma, quando ci si rivolge a decine di milioni di votanti, perché non tenere conto della maggioranza, che potrebbe essere composta da stupidi?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 agosto 2008

IL PARERE DEL CAMPEGGIATORE

August 25, 2008

Come era ragionevole che avvenisse, il sindaco Alemanno, pur condannando gli aggressori, e pur esprimendo la propria solidarietà alle vittime, ha sostenuto che i due turisti olandesi sono stati imprudenti.
Come era prevedibile che avvenisse, l’opposizione di sinistra è “insorta” ed ha irriso i buoni propositi del centro-destra in materia di ordine pubblico (“E dov’erano i soldati?”). Non val la pena di rispondere a questo sciacallaggio: è invece opportuno fornire una testimonianza in materia.
Chi dorme in una tenda è del tutto indifeso. È per questo che perfino i viaggiatori più poveri vanno nei campeggi e pagano - oggi, neppure poco – anche quando potrebbero fare a meno dei servizi offerti. Va notato che la sicurezza non è costituita dal fatto di essere in un luogo recintato e chiuso; ché anzi, spesso, nella provincia francese il campeggio rimane aperto anche la notte e i gestori non sono presenti. Ciò che garantisce la sicurezza sono gli altri campeggiatori. Ecco perché non è prudente dormire nemmeno in un campeggio di lusso, se è deserto.
Alemanno dunque ha ragione. E i due poveri olandesi avrebbero avuto ragione anche loro, se il mondo fosse migliore. Un mondo, fra l’altro, senza sciacalli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 agosto 2008

I PROFESSORI DEL SUD

August 24, 2008

Forse perché da ragazzi a scuola ci siamo annoiati, anche da adulti, ogni volta che si parla di scuola, la prima reazione è di rigetto. Ma l’argomento è importante: dalla scuola nasce l’Italia di domani.

 

Il Ministro Gelmini afferma che da indagini effettuate risulta che il livello della scuola italiana è abbassato dai risultati del Meridione e vorrebbe mettere rimedio a questo fatto. E ancora una volta si parla di corsi per i professori.

 

La prima osservazione da fare è che, come spesso avviene, i giornalisti sono nello stesso tempo superficiali e tendenziosi. Molti di loro hanno parlato non delle scuole meridionali ma dei professori meridionali. E questo è profondamente stupido. Stupida è anche, sia detto al passaggio, la protesta di Umberto Bossi, il quale lamenta che i ragazzi del Nord possano essere “martoriati” da docenti meridionali. Se al Nord ci sono molti docenti del Sud, ciò significa che o hanno risultati migliori nei concorsi oppure che sono più poveri ed accettano paghe che i laureati del Nord rifiutano. Nessuno si sposta con piacere a centinaia di chilometri da casa.

 

È invece possibile che un’intera regione abbia una scuola di qualità inferiore ad un’altra. Del resto l’Italia intera ha una scuola di livello inferiore a quello di molti paesi europei. Dunque è giusto cercare di vedere che cosa si possa fare, per il Sud e per l’Italia intera. La signora Gelmini propone dei corsi per i docenti e questo dovrebbe significare che il livello è basso perché è basso il livello dei docenti: ma è un’affermazione peggio che ingenua.

 

Come è noto, uno dei massimi deficit della scuola italiana è quello dell’apprendimento della matematica: tuttavia, proprio in questo campo, il divario tra ciò che deve sapere un giovane per laurearsi e ciò che poi deve insegnare ai ragazzi della Scuola Media (o anche alle Superiori), è immenso. Dunque, a parte i problemi di didattica, gli alunni ignoranti in matematica non sono tali perché non gliel’abbiano insegnata (si tratta di dati elementari), ma perché li hanno promossi senza che l’abbiano imparata. Dunque il Ministro non dovrebbe chiedersi se i docenti abbiano una cultura adeguata a ciò che devono insegnare, ma se la Scuola ferma i ragazzi che non studiano. Cosa che, per molto tempo, non è avvenuta.

 

Per decenni, soprattutto nella Scuola Media, si è ripetuto che quella era “scuola dell’obbligo”, intendendo “scuola con l’obbligo di promozione”. Tanto che alla fine c’è stata in giro gente con la Licenza Media molto meno alfabetizzata di quelli che una volta avevano solo la Licenza Elementare. È una politica che è durata molti lustri. Un lungo periodo in cui il professore che voleva bocciare è stato considerato reazionario, anzi fascista. Un reprobo attaccato un po’ da tutti i colleghi e frequentemente messo in minoranza per voto di consiglio. È stato necessario che questa tendenza fosse imperante per decenni; è stato necessario che si vedessero i guasti che provocava nella scuola e nella società, perché si arrivasse ad un Ministro come la Gelmini. Ma è stata colpa dei docenti o della politica?

 

Se è vero ciò che afferma il Ministro Brunetta, e cioè che “tutto si può misurare”, la soluzione non sono i corsi per i professori, sono i controlli sui risultati.

 

In una sezione del Liceo Scientifico c’era un collega di matematica – si chiamava Morgante – che metteva voti di grave insufficienza ai ragazzi delle prime classi. Il suo nome finì sui giornali e la pubblica opinione lo demolì. I colleghi e il Preside ovviamente non lo difesero e a questo punto lui si vendicò a suo modo: non mise più, a nessuno, meno di sei. Mi incontrava nei corridoi, mi mostrava dei compiti scritti pieni di fregacci blu, poi girava il foglio e indicava il voto: “Hai visto? Sei! Così sono tutti contenti.”

 

Il prof.Morgante dovrebbe seguire un corso? O è la signora Gelmini che dovrebbe andare da lui ad informarsi sui mali della scuola italiana?

 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 

24 agosto 2008

KEEP SMILING

“È la quarta volta che lei chiede un congedo straordinario perché è morto suo nonno, le pare verosimile?” “Effettivamente, comincio anch’io a pensare che quel vecchiaccio simula…”

IL PROBLEMA VELTRONI

August 23, 2008

La sinistra parlamentare, secondo quanto si legge, è in stato confusionale. Una delle poche certezze – oltre quella del “tutti contro tutti” – è la critica a Walter Veltroni. E tuttavia – come dice Battista sul “Corriere” di oggi – non lo si può accusare di avere perso le elezioni perché esse erano perse in partenza; non lo si può accusare di gravi gaffe o di altre precise colpe, perché non ne ha; e non rimane che prendere in considerazione la personalità sua e di quelli che gli stanno intorno.

 

Veltroni non è odioso. Gli si può anzi rimproverare un eccesso di soavità, di amore per il compromesso, di tendenza all’“embrassons-nous”. Però è a causa di questi “difetti” che è stato scelto per guidare il Pd. Quando ci si è accorti che l’Italia era stanca degli eccessi verbali della sinistra estrema, ed anche delle parole tanto paciose quanto velenose di Prodi, si è pensato che un uomo sorridente - l’uomo del “ma anche”, come l’ha bollato il comico Crozza - fosse la scelta giusta. Ecco perché il sinedrio ha imposto alla base l’osanna delle “Primarie”. E la base ha risposto entusiasticamente: sia perché l’alternativa non era credibile (Rosy Bindi?), sia perché si aveva la penosa sensazione di un’impasse. Con Prodi non si andava da nessuna parte e il governo era a perdere. Come si è visto.

 

Purtroppo, anche i migliori medicinali hanno delle controindicazioni. La prima, in questo caso, è che si è commesso per la seconda volta lo stesso errore. Romano Prodi non era nessuno. Non aveva un partito. Non era il portatore di una certa idea della politica. Dietro di sé non aveva neanche, come Berlusconi, una storia di successi in campo economico. Lo si è scelto solo perché non era socialista. Solo perché non era un vero democristiano. Soprattutto perché non era comunista: era dunque presentabile, oltre che duttile, incolore e pragmatico. Sulla carta, costituiva una garanzia di stabilità per il governo. Purtroppo, l’esperienza concreta è risultata devastante.

 

Dovendolo sostituire non si è però pensato a trovare una soluzione diversa: una personalità forte, capace di avere un’idea e d’imporla, un capo capace di far sentire al partito che le redini erano in mani saldissime. Al contrario si è fatto ricorso ad un uomo dalla fama di mitezza e flessibilità ai limiti dell’inconsistenza. Uno che, dopo tutta una vita nel Pci e seguenti, ha avuto il coraggio di dire di non essere mai stato comunista. Un politico senza la proterva durezza di D’Alema, senza la risolutezza di Bersani, senza la tecnocratica freddezza di Enrico Letta. Ed ecco che, ora, gli si rimprovera di essere quello che è. La dirigenza del suo partito sente acutamente che i galloni di capitano non se li è guadagnati ma gli sono stati regalati, come erano stati regalati a Prodi e molti in cuor loro si dicono: “Perché lui e non io?”. Per questo vorrebbero spodestarlo ma, ad oggi, non esiste il contraltare. Si mette in discussione la leadership di Veltroni (Parisi) senza proporre nessuno: si parla di congresso. Cioè si confessa che non si sa chi mettere al suo posto. E se appena si facesse un nome, tutti si precipiterebbero a distruggerlo.

 

Come se non bastasse, ci sono i problemi di fondo: non si è realmente composta la frattura fra i due partiti che hanno costituito il Pd; non si sa che cosa obiettare di serio alla politica dell’attuale governo; si è aperto il vaso di Pandora e ci si è trovato dentro Di Pietro.

 

Il dramma del Pd è doppio: da un lato soffre della mancanza di un vero leader, di quelli che non sono imposti ma s’impongono; dall’altro, persiste la furbizia di chi vuole ad ogni costo presentarsi come un agnello mentre ha natura e tradizioni di lupo. Situazione non bella. Un grande leader sarebbe forse capace di uscirne collaborando alla grande col governo nei progetti che reputa positivi ed opponendosi strenuamente a quelli che reputa negativi. Oltre che mettendo Di Pietro al suo posto, che è quello di una fazione rinnegata dal Pd. Ma ci si può aspettare tutto questo da Veltroni?

 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 

23 agosto 2008

IL SILENZIO DI PRODI

August 22, 2008
IL SILENZIO DI PRODI
L’incontro di Romano Prodi con Federico Geremicca (Stampa, 21 agosto) è interessante. Il tema costante è l’incredulità dell’intervistatore e l’evasività dell’intervistato. Geremicca non crede che l’ex-premier non si occupi più di politica, che non ne voglia più sapere del Pd, che non abbia rancori per il passato o intenzioni in futuro, mentre Prodi insiste su una posizione semplice ma apodittica: “Con la politica ho chiuso”.  Certo non c’è modo di dargli del bugiardo, ma gli si può credere?
La sinistra attuale, dal Pd a quella che è stata esclusa dal Parlamento, non parla più di Prodi. Neanche per rivendicare i meriti di un governo di sinistra che è stato al potere fino all’aprile di quest’anno. Forse dà per scontato che meriti non ne avesse e che era fatale cadesse ignominiosamente. La cosa potrebbe anche essere vera: ma se ne può dare la colpa al solo professore di Bologna? E se questo lo vede anche chi non esce di casa e legge solo giornali, si vorrebbe che non lo veda l’interessato?
L’attuale opposizione tratta Prodi come il figlio ritardato che si tiene chiuso nella sua stanza quando ci sono ospiti di riguardo. Tutta la campagna elettorale si è svolta nel nome della cancellazione del governo caduto e perfino della condanna della sua memoria: “Mai più qualcosa del genere”. La stessa dichiarazione che il neonato Pd non si sarebbe alleato con la sinistra estrema suonava – e suona – come condanna di quella formula di governo. Ma, non si può che ripeterlo: perché dare tutta la colpa all’esecutore di quella politica?
Quello che appare evidente è che Prodi è oggetto di un’acrimonia, di un disprezzo, di una volontà di annientamento assolutamente inconsueti. Può darsi che qualche colpa l’abbia lui stesso – è tagliente, è rancoroso, all’occasione è arrogante – ma nulla giustifica il comportamento dei suoi ex-colleghi di governo e di fazione. Forse che gli altri uomini politici sono mammolette? Dunque non è del tutto vero che lui abbia deciso di uscire dalla politica. Dalla politica è stato sbattuto fuori nella maniera più violenta e, si direbbe, perfino sgarbata. Qualche omaggio in punta di labbra, quando proprio non se ne poteva fare a meno, qualche riferimento amministrativamente rispettoso, ma per il resto niente. Prodi deve stare alla larga, Prodi dev’essere dimenticato, Prodi non deve esistere. E in queste condizioni gli si va a chiedere se è stato invitato all’ex-festa dell’Unità?
Probabilmente a quella festa Prodi non lo vogliono neanche in fotografia: tuttavia, a dirla così, la cosa farebbe scandalo e allora, nell’interesse di tutti, ecco la formula più semplice: “Noi facciamo finta di invitarti, tu fai finta di dire di no. Così per giunta fai la figura di chi ci snobba”. Prodi non poteva che accettare.
Ma un dubbio rimane. Veramente “non poteva che accettare”? Sarebbe normale e umano che Prodi si vendicasse di tutte le ingiustizie subite denunciando pubblicamente l’indecorosa cancellazione di cui è oggetto. Ma qualcosa lo ha trattenuto e lo trattiene. Al riguardo si possono fare due ipotesi: la prima è che non voglia danneggiare la propria parte politica e per questo stringa i denti e taccia. Atteggiamento che sarebbe molto nobile e di cui la sinistra dovrebbe caldamente ringraziarlo. La seconda che, se si lasciasse andare a dire come la pensa, creerebbe un immenso scandalo e si troverebbe senza alleati. I politici del Pd si difenderebbero attaccandolo e lui certo non troverebbe una sponda nel centro-destra. Il mondo, per mesi ed anni, è vissuto sul discrimine bipolare Prodi-Berlusconi: se ora si inimicasse la fazione che gli fu favorevole, chi gli resterebbe accanto?
La conclusione è triste. Abbiamo sempre saputo che Prodi era più la polena che il capitano, ma la spietatezza con cui è stato buttato via, come un limone spremuto, l’ipocrisia con cui è stato scacciato nel deserto, come il capro espiatorio, suscita indignazione. Si ha voglia di difenderlo. Si è tentati di pensare all’ingratitudine di cui sono vittime il Père Goriot, o Mastro Don Gesualdo, o Re Lear. L’ingratitudine è un atto così vile che squalifica chi se ne rende colpevole. Prodi, in questo momento, vale più di chi cerca di dimenticarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 agosto 2008
Ecco l’articolo di Geremicca
Nessun giallo: come del resto era ipotizzabile, gliel’avevano chiesto. «Sì, mi avevano invitato. Certo che mi avevano invitato». Ma lui ha detto no, e così - dopo aver già rifiutato la carica di presidente del Pd - Romano Prodi non sarà nemmeno alla prima Festa nazionale del partito che ha tanto voluto.
«Ho voltato pagina», dice interrompendo per un momento le sue vacanze lontano da Roma: «Quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole». E in questa breve chiacchierata con La Stampa spiega che non interverrà mai più sulle faccende che riguardano il Pd, che non vuol far polemiche e che non c’è il suo zampino dietro i ripetuti attacchi che Arturo Parisi va muovendo all’indirizzo di Walter Veltroni.
Dunque, Presidente, non è che ci aiuterebbe a risolvere questo piccolo giallo? «Se posso… Dica pure. Di che si tratta?»
E’ stato reso noto l’elenco degli “ospiti illustri” alla prima Festa del suo Pd: il suo nome non c’è. «No, infatti non c’è».
Beh, non le pare una notizia il fatto che lei non partecipi alla Festa del partito che ha tanto voluto? «Avendo io detto fin dall’inizio che uscivo dai discorsi della politica italiana, direi che la notizia proprio non c’è, le pare?».
Non ci sarà la notizia ma resta il giallo… «E quale sarebbe questo giallo?».
Che circolano due versioni intorno alla sua assenza a Firenze. La prima è che non sarebbe stato invitato; la seconda è che l’hanno invitata ma lei ha rifiutato. «No, no, guardi, nessun giallo. Mi hanno invitato. Certo che mi hanno invitato».
E lei ha declinato… «Sì, per le ragioni che le dicevo prima».
Ed è vero che era stato invitato anche a tenere delle lezioni alla Summer school? «Sì, è vero».
Ma lei ha ugualmente rifiutato. «Precisamente. Per gli stessi, identici motivi. Io sono fuori».
Scusi, e non le pare che ci sia una evidente carica polemica in questo suo atteggiamento? «Ma neanche un po’!».
E dunque sbaglieremmo ad interpretare così il suo no a tutti gli inviti che Veltroni le rivolge? «Sbagliereste. Del resto avrà visto che non ho fatto nemmeno un’intervista, una dichiarazione, una polemica, assolutamente niente».
E infatti abbiamo atteso invano un suo sfogo per quel che le è accaduto al governo. «No, guardi. Quando uno volta pagina, volta pagina. Ne comincia una nuova e sulla vecchia non ci torna più».
Però magari spiega fino in fondo perchè la volta, quella pagina, no? «No, perchè si presterebbe a chissà quante polemiche, a interpretazioni sbagliate… Semplicemente adesso ho voltato pagina. Chiuso».
E dunque sbaglieremmo anche a interpretare gli attacchi di Arturo Parisi a Veltroni come mossi d’intesa con lei? «No, guardi, no. Io non c’entro niente. Se lei venisse qui e vedesse i libri che ho sul tavolo! O roba di evasione oppure testi internazionali…».
Scusi, ma questo vuol dire che lei sulle vicende del Pd non interverrà più? «No».
Mai più? «No».
Nemmeno in queste polemiche tra i sindaci e i governatori del Pd ed il partito? E’ un tema sul quale ha speso anni di impegno politico; in fondo è lei che si è battuto per introdurre le primarie e garantire autonomia agli eletti… «Io sono della scuola che quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole. E’ una delle tante vecchie regole che andrebbero rispettate. E anzi le dico solo che se molti in Italia vi si attenessero, sarebbe meglio. E stavolta non mi riferisco, mi creda, all’interno del Partito democratico».
Fine della chiacchierata. Qualcuno, forse, tirerà un sospiro di sollievo apprendendo che Romano Prodi non prepara j’accuse e non intende più entrare nelle faccende del Pd. Qualcun altro, magari, non ci crederà. C’è poco da aggiungere: solo il tempo dirà se sarà davvero silenzioso e indolore il lungo addio del Professore al partito che ha tanto voluto e dal quale, evidentemente, si è sentito abbandonato e tradito…