LE SCIOCCHEZZE DI BRUNETTA

October 31, 2008

Ferdinando Zucconi Galli Fonseca (è il suo nome,  non la storia della sua vita), ex-primo presidente della Corte di Cassazione, e dunque persona altissimamente qualificata, ha scritto una lettera al Corriere della Sera (30/10/’08) in cui fa notare come l’intenzione del ministro Brunetta di imporre i “tornelli” anche per i magistrati sia assurda. “Non crede lei, chiede a Sergio Romano, che i ministri del nostro governo, per rispetto del loro ruolo istituzionale e anche della loro immagine, dovrebbero bene informarsi prima di rilasciare dichiarazioni programmatiche svincolate dalla realtà?”

Bisogna dargliene atto, la proposta di Brunetta per i “tornelli” è effettivamente assurda, per motivi tecnici. Ma bisogna guardarsi dal prestare all’avversario intenzioni che non ha, per poi trattarlo da sciocco. Soprattutto quando sia nota la sua competenza e ciò che ha detto in altre occasioni.

Brunetta è un uomo che parla fuori dai denti. Va spesso avanti a braccio e con impeto. Ecco perché gli capita di dire cose che, espresse in un certo modo, sembrano sciocchezze. In realtà il ministro ha detto e ripetuto molte volte, in parecchie apparizioni televisive, che sa benissimo di che parla, e in particolare che si commette un errore pensando che non si possa valutare il rendimento del lavoro, qualunque genere di lavoro. Si può valutare il rendimento di un primario ospedaliero, di un professore di filosofia, di un pubblico ministero come di un cantante lirico. Ché anzi, se la misurazione del tempo dedicato al lavoro può servire da alibi all’impiegato inefficiente (che può farci, se è lento?), negli altri casi si giudica dai risultati e per molti potrebbe essere peggio. Il viaggiatore di commercio sarebbe ben contento di avere uno stipendio assicurato, in base alle ore passate lavorando. Ma al datore di lavoro in questo caso importa il risultato, le commesse, non la sofferenza del lavoratore.

I magistrati non sono tutti uguali. Ce ne sono che operano con passione e si ammazzano letteralmente di lavoro: è così che è morto mio cugino C.Sciuto (quasi mio fratello) Presidente di Sezione della Corte di Cassazione. Ma moltissimi (lo dicono sia gli avvocati sia i loro colleghi) sono lungi dallo strapazzarsi. Avendo un carico di lavoro assurdo ed essendo giustificati a priori se non possono smaltirlo, ne approfittano per non fare neanche ciò che potrebbero fare.

Non si tratta di “tornelli”. Il ministro Brunetta sa benissimo che si può valutare l’efficienza dei magistrati solo in base ai risultati prodotti. Nessuno chiede una misurazione al millimetro: ma se un giudice produce il doppio di sentenze di un altro, non può essere che al primo siano capitati tutti i casi facili e al secondo tutti i casi difficili.

L’ex-primo presidente della Corte di Cassazione, invece di prendere per cretino Renato Brunetta, avrebbe fatto meglio a dare una mano per perfezionare gli strumenti di misurazione dell’efficienza. Sempre che il suo intervento non avesse il duplice scopo di irridere il ministro e dichiarare ogni controllo inammissibile.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.

31 ottobre 2008

 

KEEP SMILING


Una bambina di cinque anni si rivolge con molta calma al reparto informazioni del grande magazzino: “Fra poco arriverà qui una signora bionda che, in preda ad una crisi isterica, griderà dicendo che ha perso la sua bambina. Le dica che sono al terzo piano, reparto giocattoli”.

 “Io ho sposato mia moglie perché la trovavo bella, allora. Tu perché hai sposato la tua?” “Perché la trovai diversa da tutte le altre”. “Diversa? In che senso?” “Fu l’unica che mi disse di sì”.

“Ma allora, dice disperato il cliente in banca, il mio denaro è completamente svanito? Non c’è più?” “Non esattamente. È solo che ora ce l’ha qualcun altro”.

L’ERRORE DELLA GELMINI

October 30, 2008


I problemi sono di quattro generi: semplici e complessi, solubili e insolubili. Semplice e solubile, 3x3; semplice e insolubile, la quadratura del circolo;  complesso e solubile, la fissione dell’atomo; complesso e insolubile (almeno, fino ad ora) la fusione dell’atomo. Le combinazioni sono quattro e uno potrebbe scervellarsi per sapere a quale delle quattro categorie appartiene il problema della scuola. Ma sarebbe inutile perché esso appartiene ad una quinta categoria, che colpevolmente non è stata inclusa nella lista: quella dei non-problemi. Eccone un esempio: “Io sono un acquario. Di che segno deve essere il mio uomo, perché possiamo essere felici?”

La protesta nella scuola è una tempesta in un bicchier d’acqua. Che i voti siano espressi con numeri o con frasi esoteriche, che il maestro sia uno (come è stato per millenni) o due, o tre, è cosa che, francamente, non interessa nessuno. Sarebbe divertente fare un’indagine demoscopica ponendo ad un migliaio di manifestanti domande precise su questa miniriforma e sui danni che provoca: si vedrebbe che le risposte sarebbero piuttosto vaghi slogan che ragioni didattiche. E allora, come mai tanto baccano? La risposta è banale e si condensa in tre punti.

L’errore della ministra Gelmini non è il contenuto della “riforma” ma la sua data. Se, invece d’essere un avvocato, fosse stata una professoressa, avrebbe saputo che, da sempre, in autunno i ragazzi cercano una scusa per marinare la scuola. Da un lato il ricordo delle vacanze è troppo vicino, perché ci si possa rassegnare a passare tante ore in classe, dall’altro nessuno rischia (ancora) di essere bocciato ed ecco perché nei decenni si è “scioperato” per le ragioni più inverosimili. Noi cinici abbiamo sempre saputo che era un modo per “fare un po’ di casino” e soprattutto per scorciare la durata dell’anno scolastico, i giornalisti invece, costantemente a caccia di notizie, hanno sempre gonfiato questi fenomeni, facendo finta di prenderli sul serio.

Se la riforma Gelmini fosse stata discussa e varata in maggio, non ci sarebbe stato un giorno di sciopero. In quel mese è tempo di interrogazioni per salvarsi da una bocciatura e i ragazzi manderebbero al diavolo chi li mettesse a rischio di passare l’estate a studiare matematica o latino. Questa non è un’osservazione di parte, è una semplice constatazione storica, di chi ha vissuto nel mondo della scuola.

Il secondo motivo per cui la protesta è sostenuta anche dai docenti è che la maggior parte di loro sono di sinistra e vivono dunque un momento di grande frustrazione. Questo governo sembra granitico e gridargli contro qualche insulto – non importa per quale ragione - dà sollievo. Fra l’altro questo Brunetta vuole obbligare tutti a non assentarsi dal lavoro senza ragione: è intollerabile!

Ci sono poi i livelli occupazionali. La maggior parte dei docenti non hanno ottenuto il famoso “posto” in forza di un concorso vinto (che lo Stato è colpevole di non indire) ma in forza di una “benedizione urbi ed orbi”: cioè un’infornata di decine di migliaia di docenti, magari asini e incapaci. Proprio per questo – nel momento in cui ci si limiterà a non assumere nessuno – i maestri solidarizzano con chi rischia di non beneficiare della stessa bonanza.

E si arriva al terzo punto. Sapendo di avere a disposizione folle vocianti e disposte a rinnovare indefinitamente il rito (tanto, ogni giorno in più di “casino” è un giorno in meno di lezione) il Pd e l’Idv, oltre che la sinistra extra-parlamentare, ne approfittano fin dove possono. Fanno finta di stracciarsi le vesti, parlano di disastro, di minacce alla scuola pubblica, di referendum abrogativo (per tornare ai giudizi piuttosto che ai voti in pagella?), ma in realtà tutto il loro interesse, legittimo anche se coperto d’ipocrisia, è quello di danneggiare l’immagine del governo.

Nel bailamme indegno di attenzione, si è pure sentito parlare di tagli alle spese. E qui, dopo avere notato che ci sono gravi sprechi, basterà dire che protestare contro i tagli, in questo difficile momento economico, è come protestare contro la dieta quando si è obesi.

Non si può che ripeterlo: l’errore fondamentale della Gelmini è scritto nel calendario. Se invece che in ottobre il provvedimento fosse stato adottato a maggio, sarebbe passato senza incidenti come un divieto d’indossare il cappotto in agosto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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30 ottobre 2008

KEEP SMILING

October 29, 2008


“Sai, Agnese, la figlia dei Rossi, andrà all’estero a studiare canto”. “Ah sì? Ma dove hanno trovato i soldi, per questo?” “I vicini hanno fatto una colletta…”

Due amici si incontrano. “Non vieni a nuotare in piscina?” “Non mi permettono di entrare”. “Perché?” “Perché non avevo il costume in ordine”. “In ordine? In che senso?” “Lo tenevo in mano”.

“Vedo che fai moltissimi esercizi al pianoforte. Come mai?” “Bisogna sapere che cosa si vuole nella vita”. “Vuoi divenire concertista?” “No. Voglio che i vicini vadano via, per poi comprare il loro appartamento”.

Due amiche. “Sei incinta? E chi è il padre?” “Ti pare una domanda da fare?” “Scusami. Credevo lo sapessi”.

STUDIATE IL LATINO

October 28, 2008


Il latino, come la matematica, ha i suoi avversari che a volte lo odiano di un odio viscerale: memoria incancellabile di brutti voti e di problemi per la sorte delle vacanze estive. Il problema viene di solito riassunto con un semplice interrogativo: a che serve? E la risposta è ovvia: a niente.

Qualcuno ogni tanto dice: non è inutile, è solo che è insegnato male. Bisognerebbe partire dai testi, insegnarlo come si insegnano le lingue straniere, magari utilizzando autori facili. Del resto, gli stessi romani certo non parlavano quotidianamente come Cicerone nelle sue orazioni. Argomentazioni tanto belle e semplici quanto erronee.

Il latino serve a capire la struttura delle lingue, soprattutto perché il suo significato non dipende dall’ordine delle parole. In italiano, frasi come “il cane non morde il padrone” oppure “il padrone non morde il cane” sono diverse; in latino sarebbero diverse secondo che una parola abbia un segno che la indichi o no come soggetto od oggetto dell’azione: e questo obbliga a ragionare su ogni singolo elemento della frase, sulla morfologia di ogni termine. Il latino, per la mentalità contemporanea, non è “naturale”: lo sforzo di logica e di analisi che richiede risulta però prezioso per lo sviluppo intellettuale. Il latino non è utile malgrado la sua difficoltà, ma a causa della sua difficoltà. Proprio per questo è più utile averlo studiato come un rompicapo che come un’occasione per leggere nel testo originale le opere di Cesare o di Tacito.

Il latino, come lo studio della matematica, obbliga a riflettere, ad analizzare i dati di cui si è in possesso, a riordinarli, a chiedere ad ogni termine che cosa significhi e a chi si riferisca, in quale rapporto sia con gli altri e se il periodo nel suo complesso abbia senso. Un tempo si diceva che i migliori ingegneri venivano dal liceo classico. Poi, da questa abitudine a considerare l’espressione linguistica non un’evidenza o un istinto, ma il risultato di un pensiero organizzato, deriva la capacità di parlare meglio la propria stessa lingua. Esattamente come l’aver studiato pianoforte è un vantaggio se si vuole poi studiare il violino, perché certo non bisogna ripartire dal solfeggio. Chi ha studiato latino parla meglio l’italiano.

Si è spesso detto che il latino è “elitista”. Perché è stato oggetto di studio per le classi colte che, con esso, mantenevano in seguito la distanza con coloro che non l’avevano studiato. Ma la soluzione non è togliere il latino alle classi colte, è rendere colte anche le classi che in partenza non lo erano, consentendo loro di accedere a questo patrimonio culturale e intellettuale. Anche cinquant’anni fa non tutti gli studenti del liceo classico erano figli di medici o avvocati, e spesso, malgrado questa origine, accedevano ai livelli più alti della cultura e delle professioni: merito di una scuola che non faceva loro sconti ma nel frattempo li attrezzava per prevalere nella vita.

L’aver voluto rendere la scuola “facile” e “per tutti” ha fatto sì che siano stati sfavoriti proprio i poveri. I figli delle grandi famiglie in casa ottengono un’impregnazione culturale notevole senza fare alcuno sforzo, mentre i figli dei proletari sono stati depredati di quell’aurea opportunità di promozione sociale che solo la scuola poteva dare loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

28 ottobre 2008

COLTIVIAMO IL NOSTRO GIARDINO

October 27, 2008

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COLTIVIAMO IL NOSTRO GIARDINO

Una delle caratteristiche dei tempi di pace è la mancanza di notizie sensazionali. Ciò dovrebbe indurre ad un atteggiamento olimpico ma gli uomini non rinunziano a drammatizzare ciò che vivono. Se manca la tragedia dichiarano tragedia il dramma, e se manca il dramma dichiarano dramma la seccatura. Se il figlio torna a casa con una pagella piena di brutti voti si vive la cosa come un problema terribile e si dimentica quale sarebbe lo strazio se quello stesso figlio fosse in un letto d’ospedale, col dubbio del coma irreversibile. In questa tendenza all’esagerazione tutti sono incoraggiati dai mezzi di comunicazione. Dovendo vendere il loro prodotto, essi lo dichiarano appassionante, inedito, eccezionale, bellissimo o gravissimo purché clamoroso.

L’Italia vive un periodo placido. Non si rischia una guerra, non si rischia la fame e il peggio – chiamato stagnazione, o recessione dello 0,3% per due trimestri – significa solo che vivremo l’anno venturo come quest’anno. Lo stesso dramma dell’Alitalia è stato del tutto artificiale. Si è dimenticato che si parlava di pochi lavoratori, mentre ogni giorno perdono il lavoro migliaia e migliaia di persone, esattamente come altre migliaia e migliaia di persone lo trovano, senza che questo meriti due righe sul giornale.

Il colmo si raggiunge con le notizie politiche. I giornali si riempiono di titoli e commenti se a sinistra hanno detto questo, a destra hanno quest’altro, e se Di Pietro ha dato del delinquente a tutti. In realtà, in questo campo l’unica notizia importante è quella delle elezioni: una volta che si sa chi è il vincitore, il prossimo “dramma” si reciterà cinque anni dopo.

Il governo Berlusconi governa e continuerà a farlo. Se la tragedia è il fatto che, bloccando le nuove assunzioni, nel corso di alcuni anni si diminuirà l’organico di 87.000 docenti, non c’è da piangere. La scuola ha troppi dipendenti e una produttività spaventosamente bassa. Inoltre, anche ad ammettere che fosse un errore, il paese è sopravvissuto per decenni malgrado questi difetti. Si potrebbe dunque migliorare oppure no la situazione, ma non c’è in vista nulla di decisivo per la vita quotidiana della maggior parte dei cittadini.

A leggere i giornali – tutti i giornali – si avrebbe voglia di gridare: “Calma!” Il Titanic non è ancora andato a sbattere contro l’iceberg. Non c’è nessun rischio di affondamento. La musica dell’orchestrina può non essere di buona qualità, il comandante magari non ci ha invitati al suo tavolo e due ubriachi rischiano di venire alle mani, ma il viaggio continua e finché il transatlantico va, lascialo andare.

Il Candide di Voltaire, dinanzi al televisore, direbbe: sarà molto importante tutto quello che ci dite, ma una cosa è certa: dobbiamo coltivare il nostro giardino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

5 ottobre 2008

L’ITALIA IMMOBILE: MA PERCHÈ?

October 26, 2008

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L’ITALIA IMMOBILE: MA PERCHÉ?

In un pregevole articolo sul “Corriere della Sera” dal titolo “L’Italia Immobile”, Ernesto Galli della Loggia descrive “Un Paese fermo”, incapace di portare a termine le riforme di cui discute da decenni e di realizzare le grandi opere pubbliche. La ragione è questa: “siamo una società prigioniera del passato… che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori…”, che “fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri”.

Però, dire che la società è prigioniera del passato è un altro modo per dire che si tratta di una società immobile. Il punto è: perché è immobile?

Si possono azzardare alcune ipotesi. L’Italia ha tendenza ad importare le grandi rivoluzioni intellettuali e ad esagerarle. La più grande rivoluzione dei tempi moderni è quella francese ma è nel nostro paese che il giacobinismo è ancora vivo, prima sotto il nome di comunismo, poi sotto quello di giustizialismo. Il Sessantotto fu inventato negli Stati Uniti e portato alla sua massima espressione pubblicitaria in Francia ma solo in Italia è ancora una categoria vivente dello spirito. C’è gente che dice “ho fatto il Sessantotto” come dicesse ho combattuto la battaglia di Maratona. I principi di quel movimento – l’antiautoritarismo sciocco, l’egualitarismo utopico, l’ignoranza accoppiata al diritto alla promozione  - sono ancora validi per la maggior parte delle persone. Un altro fenomeno importato, quello ecologista, da noi è diventato mania e paralisi programmatica. Da un comunismo che si voleva, almeno a parole, “progressista” si è passati ad una mentalità “regressista”. L’ideale è andare a piedi e mangiare patate biologiche.

L’Italia è così convinta di essere al massimo livello di tutto da essere incapace di correggersi. Da noi la fine del comunismo non è nata da una riflessione sui pessimi risultati da esso raggiunti, ma dalla sua insostenibilità internazionale. Quando in tutto il mondo occidentale esso è rovinato a terra sotto l’enorme nuvola di polvere del Muro di Berlino, in Italia ci si è aggrappati al passato. Si sono strizzati gli occhi sulla realtà, pur di non cambiare. La falce e il martello sono stati abbandonati solo quando hanno fatto l’effetto di un calesse in una pista di formula uno. Cioè quando non sono stati più di moda.

La novità successiva, da un lato apparentemente a-partitica, dall’altro capace di salvare il nocciolo del comunismo, è stata l’ambientalismo. Questo, essendo d’importazione, è stato ovviamente spinto ad estremi altrove inconcepibili. Ci si è eroicamente battuti contro la TAV, contro l’energia nucleare, contro le nuove strade, contro il Ponte sullo Stretto, perfino contro il Mose che potrebbe salvare Venezia. Contro tutto, come scrive Galli Della Loggia. Si sono risparmiate le lampadine perché servono alle serate mondane nei salotti buoni.

Un ulteriore motivo per l’immobilità italiana è l’estrema faziosità politica. Se il governo propone di fare qualcosa, la metà del Paese che l’avversa non si chiede se sia giusta o no, si chiede se c’è un motivo deteriore, per farla. Il Ponte faciliterebbe e accelererebbe la traversata dello Stretto? No, se vogliono farlo è per dare soldi alla Mafia che sicuramente lucrerebbe sui lavori. Una riforma della giustizia renderebbe meno scandalosi i tempi dei processi? La prima cosa da vedere è se per caso non favorisca Berlusconi. Questa mentalità è così radicata che ormai è divenuta preconcetto: qualunque iniziativa di qualunque maggioranza non può che avere motivazioni criminali e risultati disastrosi. Come muoversi, a questo punto, avendo per giunta alleati timidi e nemici spietati? Meglio l’immobilità.

Parecchi politici si saranno certamente resi conto che gli italiani sarebbero contenti di vedere un governo coraggioso. Lo si vede in questi giorni con la popolarità di Berlusconi. Ma lo stesso Cavaliere di Arcore ha potuto fare quello che sta facendo perché – grazie al suo enorme carisma e al sostegno che gli hanno dato gli italiani nel 2008 - da un lato ha inglobato Alleanza Nazionale, dall’altro ha eliminato Casini e i suoi accoliti. I frenatori del convoglio. E questo richiede un’ultima spiegazione.

I costituenti, per evitare che il nostro Primo Ministro potesse ancora chiamarsi Benito Mussolini, gli hanno tolto tutti i poteri. È stato come se, per evitare che un guidatore commettesse eccessi di velocità, si fosse tolto l’acceleratore. Il governo è stato svirilizzato. La Costituzione, con la proporzionale pura e un esecutivo imbelle, è come se avesse teso all’ingovernabilità. Si è passati dalle pose gladiatorie e ridicole di Mussolini a un paese succubo della piazza, delle sue ubbie e delle sue fazioni. Lo stesso Parlamento ha troppo spesso dato lo spettacolo di un’anarchia imbelle e parolaia. E da questo, ovviamente, è nato l’immobilismo. Per giunta, il partito rivoluzionario per definizione, quello comunista, è stato per decenni il guardiano più inflessibile dello statu quo: quando si è parlato di modificare la Costituzione, divenuta un totem, è sempre stato pronto a difendere il primo diritto attribuito a tutti: quello di dire di no.

Gli italiani non si chiedono in che modo possano andare incontro al futuro o in che modo possano migliorare la propria situazione: ormai sono soltanto sessanta milioni di campioni di sopravvivenza.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 ottobre 2008

 

PIETRO MASO AL LAVORO

October 25, 2008

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PIETRO MASO AL LAVORO

Diciassette anni fa Pietro Maso uccise ambedue i genitori per avere sùbito l’eredità. Recentemente, con grande scandalo di molti, ha ottenuto la semilibertà per buona condotta ed è andato a lavorare in un’impresa come magazziniere. Di fronte a notizie del genere non si sa che cosa pensare.

Da un lato la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, e dunque non c’è niente da criticare; dall’altro, chi può dimenticare il passato? Anche quando la pena è stata interamente scontata, anche quando si è autorizzati a dire la famosa frase, “ho pagato il mio debito”, si possono giudicare nello stesso modo un uomo che trent’anni prima ha fumato uno spinello e un uomo che ha ucciso padre e madre?

Bisognerebbe raccomandare a tutti di concedere una possibilità di vita e lavoro anche a chi è stato in carcere: diversamente lo si costringerebbe a vivere di delitto. Ma sarebbe anche opportuno segnalare a chi pensa di violare la legge che il codice penale non dice tutta la verità. Quando commina per un dato reato “la reclusione da tot a tot anni” non avverte che accanto a quello del magistrato c’è il giudizio della società. A volte per essa non esiste né prescrizione né fine pena. La collettività non si limita a difendere se stessa con i carabinieri e il codice penale: si difende anche col giudizio morale e un’emarginazione che, un giorno, potrebbe essere più dura da sopportare della stessa pena detentiva. Per questo l’espressione “ho pagato il mio debito” va bene nel diritto civile: nel diritto penale, se il reato è grave, il debito non si finisce mai di pagarlo.

La società si regge sulla convenzione che certe regole vanno rispettate. Anche se la legge considera reato tanto l’evasione fiscale quanto il parricidio, la gente distingue benissimo le due fattispecie. L’evasione crea un danno alla collettività, e in parte minima al singolo cittadino: viceversa il rapinatore violento allarma perché potrebbe aggredire noi e i nostri cari. E per questo non c’è perdono. La sicurezza delle donne, dei vecchi, dei bambini ed anche delle persone isolate o disarmate si fonda sulla repressione dei reati contro la persona. Per questo chi, come Pietro Maso, ha ucciso ambedue i genitori per impossessarsi dei loro beni, è visto come la quintessenza di ciò che è condannabile. Non è concepibile né perdono né oblio. Ognuno pensa alla propria sicurezza, ai sacrifici che ha fatto per i figli e all’amore che ha dato loro. Un parricida per interesse è la contraddizione più totale delle regole su cui si fonda la società.

Si può, per audacia, andare contro le regole della convivenza, ma bisognerebbe cercare sempre di rimanere all’interno di quel limite che fa parlare di una ragazzata o un’imprudenza. Se si supera una certa soglia c’è il rischio che non si possa più sperare nell’oblio. Nessuno incaricherebbe un pedofilo di accompagnare i propri figli piccoli a scuola, neanche se ha già scontato la sua pena ed ha fatto anni di buona condotta in carcere. La legge Gozzini esiste per i magistrati, ma non per le famiglie. Nemmeno per le loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

24 ottobre 2008

 

CHI MERITA DI ESSERE POVERO

Quando si parla di ricchezza di solito lo si fa in una di queste due direzioni: o ci si riferisce alla produzione di beni e servizi, all’interno di un Paese, e in questo caso è un concetto positivo, oppure ci si riferisce alla quantità di beni posseduta da una singola persona, e in questo caso è un concetto tendenzialmente negativo. Dalla constatazione dell’esistenza di poveri e ricchi si passa infatti alla condanna dell’ingiusta distribuzione della ricchezza, come se mai qualcuno l’avesse distribuita.

Le “disparità sociali” suscitano immagini mentali costanti. Il povero è un padre di famiglia che vive in un tugurio, che non sa che cosa dare da mangiare a dei figli smunti e vestiti di stracci, mentre il ricco è un signore panciuto che vive circondato dal lusso più sfrenato, senza fare assolutamente niente. E mentre il primo non ha nessuna possibilità di sfuggire al suo infame destino, il secondo non ha fatto nulla per meritare la sua situazione di privilegio. L’idea di base è che “qualcuno” abbia dato poco ad uno e troppo all’altro: e per questo si parla di “ridistribuzione”.

Questa diagnosi della realtà – fondamentalmente falsa - ha qualche giustificazione storica. In passato la massima ricchezza – quasi l’unica – è stata la terra. E poiché la proprietà terriera si tramandava di padre in figlio, c’era chi nasceva ricco, e rimaneva tale per tutta la vita, e c’era chi nasceva povero e tale rimaneva. Un tempo la possibilità di passare dalla povertà alla ricchezza, o viceversa (mobilità sociale) è stata molto scarsa.

La situazione ha del resto giustificato in parte le teorie di Jean-Jacques Rousseau e il sentimento, largamente diffuso, per cui la possibilità di lasciare in eredità ai propri figli infingardi la ricchezza accumulata è un’ingiustizia. Né lontano da queste idee è stato Karl Marx il quale, assegnando allo Stato la proprietà dei mezzi di produzione (e il primo mezzo di produzione è la stessa terra), aboliva la ricchezza ereditaria. Purtroppo queste teorie, plausibili dal punto di vista morale, sono rovinose dal punto di vista economico. Chi ha tentato di applicarle ha abolito i ricchi (non quelli “più uguali degli altri”) ma ha impoverito gli stessi poveri. Tanto che oggi nessuno ne parla più.

La migliore soluzione, per attenuare le ingiustizie sociali, è la possibilità di cambiare la propria situazione col proprio lavoro e con la propria genialità. Cosa certo possibile nella civiltà contemporanea. Negli Stati Uniti dei tempi eroici ci si vantava della possibilità di cambiare la propria sorte, passando da spiantati a miliardari. E anche in Italia si è a lungo parlato della sorte di alcuni Martinitt - bambini allevati in un orfanotrofio - che sono diventati magnati dell’industria: un nome per tutti, Angelo Rizzoli. La mobilità sociale non è una comoda autostrada ed anzi la scalata al successo e alla ricchezza è raro che riesca: ma non è impossibile.

Nella società contemporanea ognuno non si deve tanto chiedere se la propria situazione sia giusta o ingiusta, quanto che cosa ha fatto per divenire ricco e se ne ha la capacità. Non c’è infatti tanto una “distribuzione” della ricchezza quanto una “conquista” della ricchezza.

È vero che per questa impresa alcuni partono meglio equipaggiati di altri – il figlio dell’avvocato può ereditare la clientela del padre – ma nessuno è escluso dalla corsa. Come prova la storia di molti, anche semi-analfabeti.

In questo esame di coscienza bisogna escludere quei meriti che sono molto apprezzati dallo stesso interessato ma non dalla società. Se uno ha le mani che non tremano e sa costruire mirabolanti castelli di carte non per questo dovrà attendersi pubblici riconoscimenti e milioni di euro. Analogamente, se ci si considera ottimi scrittori, pittori di genio, o inventori di miracolosi congegni, è inutile rammaricarsi. Questi diplomi nessuno li può attribuire a se stesso ed anzi in linea di principio bisogna accettare l’idea che si è ricchi o poveri esattamente secondo ciò che s’è saputo fare nella vita. Proprio per questo personalmente riconosco che merito di essere povero. Ammesso che avessi qualche merito, non ho mai saputo monetizzarlo – per ignavia, per orgoglio, per mancanza di ambizione e soprattutto per pigrizia – e non si vede perché dovrei essere ricco, avere una carica importante o esercitare una professione di prestigio.

Chi legge oggi avrà finalmente conosciuto uno che dice: sono un povero che merita di essere povero.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 ottobre 2008

 

 

CHI MERITA DI ESSERE POVERO

October 24, 2008

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CHI MERITA DI ESSERE POVERO

Quando si parla di ricchezza di solito lo si fa in una di queste due direzioni: o ci si riferisce alla produzione di beni e servizi, all’interno di un Paese, e in questo caso è un concetto positivo, oppure ci si riferisce alla quantità di beni posseduta da una singola persona, e in questo caso è un concetto tendenzialmente negativo. Dalla constatazione dell’esistenza di poveri e ricchi si passa infatti alla condanna dell’ingiusta distribuzione della ricchezza, come se mai qualcuno l’avesse distribuita.

Le “disparità sociali” suscitano immagini mentali costanti. Il povero è un padre di famiglia che vive in un tugurio, che non sa che cosa dare da mangiare a dei figli smunti e vestiti di stracci, mentre il ricco è un signore panciuto che vive circondato dal lusso più sfrenato, senza fare assolutamente niente. E mentre il primo non ha nessuna possibilità di sfuggire al suo infame destino, il secondo non ha fatto nulla per meritare la sua situazione di privilegio. L’idea di base è che “qualcuno” abbia dato poco ad uno e troppo all’altro: e per questo si parla di “ridistribuzione”.

Questa diagnosi della realtà – fondamentalmente falsa - ha qualche giustificazione storica. In passato la massima ricchezza – quasi l’unica – è stata la terra. E poiché la proprietà terriera si tramandava di padre in figlio, c’era chi nasceva ricco, e rimaneva tale per tutta la vita, e c’era chi nasceva povero e tale rimaneva. Un tempo la possibilità di passare dalla povertà alla ricchezza, o viceversa (mobilità sociale) è stata molto scarsa.

La situazione ha del resto giustificato in parte le teorie di Jean-Jacques Rousseau e il sentimento, largamente diffuso, per cui la possibilità di lasciare in eredità ai propri figli infingardi la ricchezza accumulata è un’ingiustizia. Né lontano da queste idee è stato Karl Marx il quale, assegnando allo Stato la proprietà dei mezzi di produzione (e il primo mezzo di produzione è la stessa terra), aboliva la ricchezza ereditaria. Purtroppo queste teorie, plausibili dal punto di vista morale, sono rovinose dal punto di vista economico. Chi ha tentato di applicarle ha abolito i ricchi (non quelli “più uguali degli altri”) ma ha impoverito gli stessi poveri. Tanto che oggi nessuno ne parla più.

La migliore soluzione, per attenuare le ingiustizie sociali, è la possibilità di cambiare la propria situazione col proprio lavoro e con la propria genialità. Cosa certo possibile nella civiltà contemporanea. Negli Stati Uniti dei tempi eroici ci si vantava della possibilità di cambiare la propria sorte, passando da spiantati a miliardari. E anche in Italia si è a lungo parlato della sorte di alcuni Martinitt - bambini allevati in un orfanotrofio - che sono diventati magnati dell’industria: un nome per tutti, Angelo Rizzoli. La mobilità sociale non è una comoda autostrada ed anzi la scalata al successo e alla ricchezza è raro che riesca: ma non è impossibile.

Nella società contemporanea ognuno non si deve tanto chiedere se la propria situazione sia giusta o ingiusta, quanto che cosa ha fatto per divenire ricco e se ne ha la capacità. Non c’è infatti tanto una “distribuzione” della ricchezza quanto una “conquista” della ricchezza.

È vero che per questa impresa alcuni partono meglio equipaggiati di altri – il figlio dell’avvocato può ereditare la clientela del padre – ma nessuno è escluso dalla corsa. Come prova la storia di molti, anche semi-analfabeti.

In questo esame di coscienza bisogna escludere quei meriti che sono molto apprezzati dallo stesso interessato ma non dalla società. Se uno ha le mani che non tremano e sa costruire mirabolanti castelli di carte non per questo dovrà attendersi pubblici riconoscimenti e milioni di euro. Analogamente, se ci si considera ottimi scrittori, pittori di genio, o inventori di miracolosi congegni, è inutile rammaricarsi. Questi diplomi nessuno li può attribuire a se stesso ed anzi in linea di principio bisogna accettare l’idea che si è ricchi o poveri esattamente secondo ciò che s’è saputo fare nella vita. Proprio per questo personalmente riconosco che merito di essere povero. Ammesso che avessi qualche merito, non ho mai saputo monetizzarlo – per ignavia, per orgoglio, per mancanza di ambizione e soprattutto per pigrizia – e non si vede perché dovrei essere ricco, avere una carica importante o esercitare una professione di prestigio.

Chi legge oggi avrà finalmente conosciuto uno che dice: sono un povero che merita di essere povero.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

23 ottobre 2008

LA VERA RICCHEZZA

October 23, 2008

LA VERA RICCHEZZA
Quando si pone l’aggettivo “vero” dinanzi ad un concetto si rischia di apparire pedanti prima ancora di cominciare. Quell’aggettivo infatti significa: “Fino ad ora avete pensato questo o quello ma non ne avete capito niente. Ora arrivo io…”.
Per giunta, se appena appena si conoscono di dialoghi di Socrate, si sa che nulla è più rischioso del lanciarsi a dare definizioni senza riflettere. Si rischiano in questi casi tutte le cattive figure che, a proposito di ciò che è “sacro”, fanno gli interlocutori di quel filosofo nell’“Eutifrone”.
È dunque opportuno scendere dalle vette della filosofia e dell’etica per fermarsi all’umile piano del lessico. La ricchezza è il contrario della povertà. In un mondo primitivo e pastorale è ricco chi ha molte bestie, povero chi ne ha una o due. Naturalmente, in un mondo sviluppato è ricco chi ha molto denaro e molti beni. Si può discutere sul significato di “molto”, ma è certo che chi possiede dieci milioni di euro è ricco. E chi ne possiede magari solo uno è ancora benestante. Ricco è uno che ha una quantità di beni largamente superiore alla media del Paese in cui vive.
Naturalmente, qualcuno in questo caso potrebbe obiettare che non si chiedeva una statistica economica ma, appunto, di sapere qual è la vera ricchezza. Se proprio si volesse accettare questa discutibile sfida, si potrebbe dire che bisogna distinguere due campi, quello economico e quello non economico. Economicamente, si potrebbe definire vera ricchezza quella che continua a ricostituirsi, perché quella immobile ha la brutta tendenza a dissolversi. E dunque la vera ricchezza sarebbe quella che deriva da un eccellente reddito. Il ricco in  questo caso può spendere a volontà perché, tanto, non intacca il capitale. Ma questa precisazione non ha il potere di dichiarare falsa la ricchezza di colui che ha dieci milioni di euro. Ché anzi, se si insistesse, si otterrebbe l’esclamazione dell’uomo di buon senso: “Vorrei avere anch’io quella che voi chiamate falsa ricchezza!”
Bisogna rassegnarsi. La vera ricchezza economica è avere molto denaro e molti beni.
Viceversa, uscendo dall’ambito economico, la “vera ricchezza” diviene quanto di più opinabile. La Bibbia dice che chi trova un amico trova un tesoro; un proverbio meridionale dice che “chi è ricco d’amici è libero da guai”; Cornelia chiamava i suoi figli “i suoi gioielli”; gli innamorati si chiamano l’un l’altro “tesoro” e i vecchi dicono che la più grande ricchezza è la salute. Ognuno pone la ricchezza in ciò che lo fa felice. E dunque il tema diviene non: “Che cos’è la vera ricchezza?” ma: “Che cos’è la vera felicità?”
Il discorso diviene finalmente in discesa. La felicità è qualcosa di soggettivo. Se uno è felice, anche solo perché si illude, questo non impedisce che felice sia. E dunque, dopo aver detto che “la felicità è sentirsi felici” si può solo aggiungere che bisogna fare in modo che non si tratti di qualcosa di passeggero ma al contrario di uno stato che si è raggiunto e che ormai è stabile. E questo può darlo solo la saggezza.
Visto che ognuno può pensarla come vuole, almeno in questa pagina si conclude che la vera ricchezza è la saggezza. Fra l’altro, essa rende quasi inutile la stessa ricchezza economica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 ottobre 2008