L’AUTO-DELEGITTIMAZIONE

October 6, 2008

L’AUTO-DELEGITTIMAZIONE
Dal “Corriere della Sera” on line di oggi.  Veltroni dice che Berlusconi «Pensa solo ai suoi problemi. E il sistema della comunicazione è piegato al pensiero unico». “Solo in Italia capita che il presidente del Consiglio sia proprietario di televisioni, di giornali, della pubblicità, di assicurazioni, di una parte importante dell’economia del Paese; che la figlia del presidente del Consiglio sieda nel salotto buono di Mediobanca”. E daglie. Insomma, lui continua. E dunque possono continuare anche i commentatori.
Da qualche giorno Veltroni è presente nei titoli di prima pagina dei giornali con continue affermazioni al vetriolo. Non si tratta né di uno scatto di nervi né di un cambiamento della sua personale visione della politica, ammesso che ne abbia una. Sembra che quel leader stia lottando per sopravvivere: è contestato all’interno del suo partito, è scavalcato ogni giorno a sinistra da Di Pietro, è demoralizzato da una popolarità di Berlusconi che darebbe il magone a qualunque opposizione e dunque ha sentito che doveva uscire dall’angolo. Solo che lo fa nel modo sbagliato.
Qualcuno reagisce a questa critica chiedendo: “Ma volete, voi del centro-destra, stabilire come deve comportarsi il capo dell’opposizione?” La risposta è ovviamente no. Ma è vietato chiedersi se questo comportamento sia utile in primo luogo al partito e in secondo luogo al paese?
Il Pd si trova in una situazione difficile. Deve scegliere fra le due politiche che ha adottato in passato. La prima è un’edizione un po’ sbiadita del massimalismo aggressivo e comunista dell’estrema sinistra, la seconda - proposta al momento della fondazione del Pd – è una politica socialdemocratica tanto pronta alla collaborazione, se serve al bene del paese, quanto alla resistenza risoluta, se la maggioranza cerca di danneggiarlo.
Questa seconda scelta – che era stata proposta come Dna del Pd - era molto coraggiosa. I partiti moderati di sinistra hanno sempre subito l’ipnosi dell’estremismo: il principio “pas d’ennemi à gauche”, niente nemici a sinistra, ha fatto sì che non si sia mai avuto il coraggio di dare risolutamente torto a chi delirava. Chi ha esagerato ha sempre avuto ragione: in fondo, quale esagerazione è più grande di una rivoluzione? E proprio questo per anni ha predicato il Pci. Sono cose che il subconscio non dimentica. Dunque, nello scaricare i partiti dell’Arcobaleno, nel votarli all’annientamento, il Pd non scommetteva sul presente (ché tanto la sconfitta nel 2008 era data per sicura) quanto sul futuro. Si trattava di convincere gli italiani che anche a sinistra ci poteva essere una cultura di governo ragionevole, infinitamente lontana dalle paure medievali dei Verdi, assolutamente in contrasto con un comunismo arcaico come quello di Diliberto, perfino capace di sganciarsi dal comunismo ambiguo, a metà strada tra Ekaterinenburg e il cashmere, di Bertinotti. Questo si poteva ottenere criticando il governo in maniera credibile: “loro hanno fatto bene, noi avremmo fatto meglio”. E perfino: “questa proposta è giusta, la facciamo nostra e ne rivendichiamo il merito votandola anche noi”. Dopo questi atteggiamenti, sarebbe apparsa credibile anche la risoluta opposizione ad un provvedimento effettivamente discutibile.
Ma per fare questo sarebbe stato necessario vincere l’inerzia di un popolo di sinistra educato ad avere come stella polare un antiberlusconismo per certi versi fanatico. Bisognava soprattutto essere l’unica opposizione. Purtroppo invece ci si è associati a un Di Pietro il quale, sin dal primo giorno, ha cercato di pescare nel bacino di scontento cui non dava più voce la sinistra estrema. L’ex-magistrato ha provato in tutti i modi a spremere il frutto secco dell’antiberlusconismo e a cercare di ottenere i consensi di coloro che non si sono sentiti rappresentati dalla nuova politica del Pd. In questo modo non prepara un futuro di maggioranza al centro-sinistra ma di ciò non gli importa assolutamente nulla: il suo mondo finisce alla “o” del nome Di Pietro.
Dinanzi a questa concorrenza, il Pd non ha saputo reagire come avrebbe dovuto. Se avesse seguito la propria politica avrebbe dovuto denunciare il populismo grezzo e in mala fede dell’Italia dei Valori; avrebbe dovuto distanziarsi da tutti gli eccessi e praticare l’opposizione moderata e costruttiva che aveva predicato. Avrebbero dovuto buttare Di Pietro fuori dalla coalizione, facendo capire all’elettorato che quella non era più e non poteva mai più essere più la politica della sinistra. Alle prossime elezioni l’Idv avrebbe fatto la fine dell’Arcobaleno e il Pd si sarebbe presentato come una credibile alternativa di governo.
Non è andata così. Si è scelto il ritorno al passato. Lo stile Diliberto senza Diliberto. E questo è molto triste. Perché la maggioranza è così ampia da non avere bisogno del dialogo con l’opposizione e lo strepito sui giornali non conduce a niente. Solo all’auto-delegittimazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 ottobre 2008

IL PENTIMENTO

IL PENTIMENTO
Il pentimento è onusto di lauri. Nei secoli se n’è detto un gran bene e la Chiesa Cattolica, con il Sacramento della Confessione, l’ha addirittura istituzionalizzato. Ma questo atteggiamento merita tutte le lodi che ha ricevuto? E, soprattutto, è razionale?
Secondo il dizionario Sabatini-Colletti il pentimento è: “Dolore, rammarico, rimorso per aver agito in contrasto con il codice morale o giuridico, oppure per aver omesso di compiere un atto doveroso”; è però anche “Cambiamento di opinione, ripensamento”. Lo Zingarelli e il Devoto-Oli, con parole pressoché identiche, esprimono gli stessi due concetti. Dunque il pentimento è un sentimento (“dolore, rammarico”) e un giudizio (“cambiamento d’opinione”). Se mentre mangiavo cioccolato me la godevo e ora che sto male mi pento d’averne mangiato troppo, non sono pentito del piacere avuto ma solo del fatto che ne ho ricavato una conseguenza negativa. Infatti, se potessi mangiarne un altro mezzo chilo senza sentirmi male, lo mangerei. Dunque non sono pentito dell’azione ma solo delle sue conseguenze negative. Nello stesso modo se un uomo uccide il proprio nemico, e viene condannato, e si pente, bisogna chiedersi: se non l’avessero scoperto, si sarebbe pentito?
Né le cose cambiano se una persona si pente nel senso morale del termine. Cioè al di fuori di ogni conseguenza negativa. In questo caso il male imprevisto è il rimorso e, ancora una volta, si è dispiaciuti della conseguenza negativa, non del piacere avuto sul momento nel compiere quell’azione. Se il soggetto avesse previsto che il rimorso gli avrebbe dato un dolore maggiore del piacere che ricavava dall’azione negativa, forse non l’avrebbe compiuta. E se al contrario avesse giustamente previsto che non ne avrebbe ricavato nessun rimorso, c’è da credere che se ne sarebbe mai astenuto?
In quanto sentimento, il pentimento dimostra ben poco. Se l’azione di cui ci si pente è stata compiuta in base al desiderio di compierla, l’inversione del sentimento (il pentimento) non è più morale del sentimento precedente. Salva l’ipotesi dell’utilitarismo, un’azione è morale quando è compiuta per dovere, non per il piacere che dà. Forse, dissociandosi dal sentimento e dall’opinione precedenti, chi si pente vuole soltanto accreditarsi come migliore di ciò che è.
Tuttavia, secondo i dizionari, il pentimento può anche essere un cambiamento d’opinione. Ad esempio: “Ho reputato opportuno fare un altro mestiere ed ora mi rendo conto che stavo meglio prima”. È un cambiamento d’opinione, questo? Se ne può dubitare. Infatti se quest’uomo avesse saputo prima come si vive facendo l’altro mestiere, si sarebbe tenuto il vecchio. Non si tratta dunque d’un diverso giudizio ma dell’acquisizione di nuovi dati, di cui prima non si disponeva. E se i motivi per fare diversamente non erano conosciuti al momento di decidere, le parole classiche del pentimento, “avrei dovuto fare diversamente”, che senso hanno?
C’è tuttavia un caso, più crepuscolare e più interessante. È quello di chi dice: “Sul momento avevo il presentimento che stavo sbagliando - qualcuno me l’aveva detto e risultava dalle esperienze precedenti - e tuttavia ho voluto sbagliare. È stata colpa mia”. Questo è il caso in cui un sentimento prevale sulla “tentazione della ragionevolezza”. Si comporta così la ragazza innamorata che vuole vivere la propria storia d’amore mentre tutti le dicono che l’uomo in cui s’è imbattuta è un perfetto farabutto. Si comporta così il comunista che si ostina a chiudere gli occhi sui disastri provocati dal comunismo: né ci si deve stupire di questo atteggiamento, se da sempre la Chiesa dice che si deve voler credere. Si comporta così colui che corre un rischio tecnico: eccesso di velocità, assunzione di droga, fuori pista in montagna, commissione d’un reato. Queste persone in sostanza sanno di sbagliare. A questo punto, che senso ha pentirsi? L’alea implica la possibilità del risultato negativo, e questo risultato negativo, se si verifica, lo si è preventivamente accettato. Chi compra un biglietto della lotteria non può lamentarsi se il suo numero non è estratto. Pentirsi d’avere sprecato i soldi corrisponderebbe a dire: la sorte avrebbe dovuto dirmelo prima che il mio biglietto non sarebbe stato estratto, non l’avrei comprato. Ma è un ragionamento da persona sana di mente, questo? Analogamente, la donna che si mette con un uomo che tutti giudicano male come può stupirsi se poi è infelice? Come può pentirsi, quando la verità si rivela per quello che era chiaramente sin da principio?
Cionondimeno, questo genere di errore a volte ha una sua grandezza. Nel dramma di Musset, Lorenzaccio, per avvicinare il tiranno in modo da poterlo uccidere, macchia irrimediabilmente la propria reputazione. Tutti lo considerano degno amico dell’oppressore. Tanto che infine, quando ha l’occasione d’agire, sa che nessuno gliene renderà merito, se uccide il tiranno. Ma decide di farlo perché, come dice lui stesso, questa azione “è l’unica cosa pulita che sia rimasta nella mia vita”. Nello stesso modo qualche comunista, ingiustamente accusato, ha confessato crimini non commessi per non squalificare l’ideologia in cui credeva. E chissà quanti sacerdoti rimangono fedeli al giuramento quando ormai hanno perso la fede, sia perché dicendo la verità si metterebbero nei guai, sia per amore di un’ideologia in cui hanno così a lungo e così appassionatamente creduto.
Nel mantenere la fedeltà alla posizione presa, anche se se ne avverte l’insostenibilità, ci può essere autentica grandezza. Certo non grande come nell’abiura pubblica e clamorosa, tuttavia: perché un pentimento sincero e sofferto può spingere ai livelli alti della tragedia. Edipo ne è l’esempio greco. Ma sono casi rari: troppo spesso col pentimento si vuole comprare uno sconto di pena o addirittura l’amnistia.
Il pentimento può infine essere discusso sul piano filosofico, dovetutto dipende dal vecchio problema del libero arbitrio dinanzi al quale perfino Kant si arrese.  Secondo la soluzione che se ne dà, se si è liberi si è sempre colpevoli, se non si è liberi non si è mai colpevoli (e non c’è di che pentirsi). L’antinomia kantiana può infatti condurre a due posizioni: “chiunque ha sbagliato è colpevole e deve solo battersi il petto”, oppure “chiunque ha sbagliato, in quelle condizioni, non poteva che sbagliare”.
In concreto, la magnanimità impone a chi ha sbagliato di battersi il petto, senza cercare troppe scuse, e a chi non ha sbagliato di tendergli la mano, dicendo: “Forse, al tuo posto, avrei fatto come te. Perdonati”.
Gianni Pardo, 27 febbraio 2005