“I COPIONI”

November 30, 2008

“I COPIONI”
Al recente concorso per magistrati, in quel di Milano, è scoppiato un putiferio perché parecchi candidati avevano codici commentati, appunti e altri testi da cui copiare. Per non parlare di alcuni commissari compiacenti. Tutto questo in misura così vasta da provocare molte denunce e, infine, da far scoppiare uno scandalo.
Nel linguaggio familiare i “copioni” non sono i testi degli spettacoli ma coloro che copiano il tema o il compito di matematica. Non si può arrivare a chiamarli “un’istituzione”, in Italia, perché sono tutt’altro che dei modelli, ma sono sempre esistiti e fanno parte del paesaggio. Nessuno ha timore di confessare di avere fatto il furbo, a scuola. Molti addirittura si vantano degli stratagemmi utilizzati. Se per stabilire che cosa è morale e che cosa non lo è ci si attiene ai mores, in Italia copiare non è immorale. L’unica cosa che si biasima con qualche severità è il comportamento di quella carogna che “non passa la copia”.
A questi atteggiamenti concreti, accettati come ovvi, si contrappone naturalmente la morale idealistica. Il docente (che magari ha ottenuto il posto copiando il compito), parla di dovere, di onestà, di virtù a livelli eroici (Attilio Regolo!) e i ragazzi imparano che nella vita bisogna riempirsi la bocca di belle cose. Solo per la facciata. In realtà, nulla incide sul sacrosanto diritto di fare il proprio interesse; e che questo interesse sia conforme o contrario alle leggi non ha nessuna importanza. La doppia morale da noi comincia con i calzoni corti.
Il fenomeno ha anche un altro aspetto. Forse perché i professori di lettere hanno a suo tempo copiato il compito di matematica, forse perché i professori di matematica a suo tempo hanno copiato il compito di latino, anche dal lato della cattedra c’è una sorta di benevolenza, per questi illeciti. Chi è sorpreso a barare se la cava con un rimprovero, forse con una diminuzione di voto, di sicuro non è squalificato: in fondo è uno come gli altri. Uno che si è lasciato scoprire .
Tutto questo, coniugato con l’eccessiva tenerezza che in Italia si ha nei confronti dei giovanissimi (i nostri bambini sono i più rumorosi e viziati d’Europa), fa sì che la scuola italiana sia una scuola d’ipocrisia. Le regole non sono inflessibili. Se un vigile urbano osasse elevare contravvenzione al sindaco, ne parlerebbero tutti i giornali. Attribuivano ai Borboni di Napoli un motto amarissimo: “agli amici tutto, ai nemici la legge”: ma è un motto che fotografa tutta l’Italia. Con questo condizionamento, perché stupirsi se al concorso per divenire magistrati molti hanno fatto come al solito, fino ad arrivare all’attuale scandalo nazionale?
Il ministro Alfano ha detto che ci vuole un provvedimento che impedisca a chi ha tentato di copiare di partecipare in futuro a qualunque concorso per divenire magistrato. Forse in questo modo punirà qualcuno ma non eliminerà certo la cattiva abitudine. Bisognerebbe cambiare mentalità, cominciando dalle scuole elementari. Bisognerebbe, alle scuole medie, trattare il furbo da disonesto e alle scuole superiori bisognerebbe essere ancora più severi. Che speranze ci sono, in questo senso? Nessuna. Fra l’altro, tutti gli alunni hanno un padre e una madre pronti a difenderli. In ogni caso. Se necessario dinanzi al Tar, spalleggiati da giornali con la lacrimuccia preconfezionata e pronti a scrivere un corsivo irridente.
Se li avessimo interrogati, i candidati al concorso ci avrebbero detto che essi baravano perché erano lì da studenti, non da magistrati. Avevano dunque il normale diritto di copiare. Poi, certo, una volta divenuti giudici, avrebbero applicato la legge severissimamente.
Agli altri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 novembre 2008

I TRE ASTROLOGI

November 29, 2008

SVILUPPI DELLA CRISI ECONOMICA
Un giorno il re, preoccupato per la situazione economica, convocò i più grandi astrologi del regno. Costoro, in sua presenza, si lanciarono in profondi calcoli, esaminarono il fegato di alcuni animali all’uopo sacrificati, studiarono i fondi di caffè e tennero conto della situazione degli astri. Ognuno impiegò non meno di due ore per dare il proprio responso. “La crisi finirà fra un anno e tre mesi”, concluse il primo. Il secondo fu più ottimista: “La crisi finirà fra cinque mesi e sei giorni”. Il terzo si avanzò scuotendo la testa e disse con tristezza: “Purtroppo, la crisi finirà fra tre anni e quattro mesi”. Il re fu molto perplesso: dinanzi a previsioni così diverse, come regolarsi?
A questo punto il buffone di corte chiese la parola. “E va bene, facci almeno ridere tu”. “Maestà, per una volta vorrei parlare seriamente. Vorrei dire quando finirà la crisi”. “Ah, perché tu lo sai? Tu che non sai nemmeno interpretare il volo degli uccelli, che non hai fatto nessun calcolo, tu lo sai?” “Maestà, la crisi finirà fra quattordici mesi, ventotto giorni, nove ore, sedici minuti e quattro secondi a partire da… ora”. Il re rise: “Ma quanto sei simpatico!”
Il buffone rimase serio: “Eh no, maestà, mi scusi ma lei doveva ridere anche per le previsioni dei professionisti. Non sono più seri di me”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
29 novembre 2008

LA NEMESI SULL’ANTENNA

November 28, 2008

LA NEMESI SULL’ANTENNA
Il Corriere della Sera di oggi riferisce (“Satira, tempi duri”) che in televisione la comicità politica ottiene pessimi ascolti. Si cita il caso particolare della Dandini e della Cortellesi. La cosa più interessante è tuttavia che in questo articolo uno dei comici, il Michele di Gino e Michele, affermi d’avere abbandonato, per ora, la satira politica perché «quando non c’è la situazione oggettiva favorevole, meglio non farla». E prosegue: “«La satira si rivolge a un certo tipo di pubblico: con quel pubblico il comico ammicca e parla male del ‘nemico’. Ma essendo la situazione italiana molto piatta dal punto di vista culturale e politico, il pubblico che segue la satira è molto diminuito”.
C’è da pensare che l’intervistato non si sia reso conto delle implicazioni della sua dichiarazione, enormemente più grandi di ciò che intendeva. La situazione “piatta dal punto di vista culturale e politico” è – oh scandalo - il consenso che l’attuale governo riscuote presso gli italiani. La satira, secondo lui, serve ad ammiccare con il pubblico parlando male del “nemico” comune: e chi è il nemico? L’attuale maggioranza. Berlusconi in persona. Purtroppo, dal momento che troppi italiani non odiano né l’attuale maggioranza né Berlusconi, non si può più far ridere nessuno. Morale: l’unico bersaglio possibile, in Italia, è il centro-destra.
Per antica tradizione, la satira si fa sul potere e non su chi ad esso si oppone. In Italia invece si è sempre ridicolizzato il centro-destra, anche quando era all’opposizione. E proprio ora che è al governo, ora che sarebbe naturale attaccarlo, non è più possibile semplicemente perché quella costante irrisione a senso unico ha stancato i telespettatori. Si rischia di farla solo per i parenti stretti e gli amici intimi. Si poteva chiedere una prova più abbagliante di alcuni dati che per anni la sinistra si è affannata a negare? Eccoli.
1) In Italia la satira è stata non prevalentemente ma esclusivamente di sinistra;
2) Essa non ha avuto scopi di intrattenimento ma ha costituito una forma di militanza politica, prova ne sia che quel tale Michele parla di “nemico”. E prova ne sia che Travaglio – che non ha mai fatto ridere nessuno ma ha interesse ad evitare le querele - sostiene di far satira. Insomma, non si è mirato a sottolineare i vizi dell’umanità (castigat ridendo mores) ma solo quelli dell’avversario politico. Anzi, del nemico. Di Arcore.
3) La cosa è stato tanto insistita da divenire alla fine stucchevole. I comici hanno stancato  e alla lunga la risposta che non ha saputo dare la Commissione di Vigilanza Rai, o chiunque fosse incaricato di realizzare un’informazione equilibrata, l’ha data il pubblico.
Sapevamo che la famosa “mano invisibile” di Adam Smith era capace di intervenire nell’economia, ma che fosse capace di intervenire anche negli spettacoli di intrattenimento televisivi è un’assoluta novità. Stavolta la Nemesi s’è appollaiata sull’antenna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
27 novembre 2008

L’INDIPENDENZA DELLA GROENLANDIA

November 27, 2008

L’INDIPENDENZA DELLA GROENLANDIA
La Groenlandia ha votato al 75,54% in favore di una maggiore autonomia: insomma si avvia verso l’indipendenza dalla Danimarca. La notizia sembra poco importante ed invece è significativa. Innanzi tutto, la molla di questa tendenza a staccarsi dalla madrepatria è la speranza che, con il parziale scioglimento dei ghiacci, si possano sfruttare notevoli giacimenti minerari (petrolio, gas, oro): ed è una molla poco intelligente. Nulla dice che la tendenza al “riscaldamento” del clima non si inverta da un anno all’altro, come tante volte è avvenuto. Poi, attualmente Copenaghen versa all’isola quattrocento milioni di euro l’anno (nientemeno, il 30% del pil!), e con l’indipendenza smetterebbe di versarli.
Il punto centrale, che rende interessante la notizia è tuttavia un altro: gli abitanti di quella fresca e notevole isola sono circa sessantamila. In tutto. E non sono neanche ricchi, se hanno un pil di 1,2 miliardi di euro, di cui un terzo è un “fraterno sostegno” danese. Dunque bisogna chiedersi che capacità hanno di difendersi, nel caso qualcuno volesse attaccare la loro famosa indipendenza e sfruttare in proprio le eventuali risorse petrolifere. Andorra, che pure ha più abitanti della Groenlandia, non attaccherebbe certo questo nuovo paese, anche perché non ha né una flotta né sbocchi sul mare: ma Malta, con i suoi oltre quattrocentomila abitanti, potrebbe farne un solo boccone. Il Lussemburgo, più popoloso di Malta e ricchissimo, la Groenlandia potrebbe conquistarla pagando da casa sua una spedizione di mercenari. Per non parlare di autentici giganti come l’Islanda o l’Irlanda.
Insomma, il comportamento di questi isolani è consolante: a volte pensiamo di abitare il Paese più demente d’Europa ma c’è chi ci batte. C’è gente che ha completamente dimenticato che l’indipendenza è tale se si ha la forza di difenderla. Nella seconda metà del Ventesimo Secolo le grandi potenze europee, popolosissime e cariche di glorie militari, hanno talmente avuto paura di non essere in grado di far fronte ad un attacco sovietico da avere stretto delle alleanze. Queste implicavano l’entrata in guerra della Francia se la Germania fosse stata attaccata, o l’entrata in guerra della Germania se la Francia fosse stata attaccata. Ma se la Groenlandia facesse parte di un’alleanza, siamo sicuri che il Portogallo – per fare un nome – muoverebbe guerra alla Spagna per difendere la Groenlandia?
L’Europa s’è chiesta – sbagliando - se dovesse o no morire per Danzica. Quella Danzica rappresentava infatti – come poi s’è visto – la libertà dell’Europa o il dominio nazista sull’intero continente. Ma la capitale della Groenlandia, di cui nessuno conosce il nome, farebbe porre il dubbio che si è posto per Danzica? Non dimentichiamolo: il mondo intero non si è mosso quando Hitler s’è annesso la Cecoslovacchia. E la Cecoslovacchia era molto più importante della Groenlandia. Meglio far parte di un grande paese che avere un’indipendenza di cartone. Oppure si conceda l’indipendenza alla Groenlandia: così una volta o l’altra impara.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
26 novembre 2008

QUESTIONI LINGUISTICHE

Gino Spadon spiega che ha definito la Carfagna "etimologicamente perfetta" perché ha voluto dare "carinamente" della serva alla signora ministra, ricordando che "ministro" significa originariamente "servo". Il "carinamente" nulla toglie all’intenzione ingiuriosa. Sarebbe come se io se dicessi di lui che è aitante e senza bastone, sperando che qualcuno ricordi che "senza bastone" è l’etimologia di "imbecille". Non bisogna insultare il prossimo, nemmeno in modo criptico: o non si ci si fa capire o l’insulto rimane insulto. E non bisogna poi meravigliarsi se qualcuno risponde per le rime. Per gli impegni pregressi lui resta del suo parere. Faccia pure: ma non dimostra certo che la ministra abbia sbagliato.

Al signor Montermini, che giustifica la pronuncia di s-cervellarsi per scervellarsi, nel senso che sarebbe addirittura da preferirsi, faccio semplicemente notare che le nostre opinioni non possono prevalere né sull’uso né sull’opinione dei dizionari. Per questi ultimi "scervellarsi" e "scentrare" si pronunciano con il suono "sc" di scena. Sciabattare invece è verbo non registrato.

Sul perché, nell’espressione "perlopiù", si usi "lo" invece di "il" non dispongo di dati ma non riesco a dimenticare che in spagnolo si usa l’articolo "lo" invece di "el" quando - secondo la loro terminologia - è articolo neutro. "Lo mio" significa "ciò che è mio". Dunque potrebbe trattarsi di un’espressione influenzata dalla lingua spagnola.

Gianni Pardo

QUESTIONI LINGUISTICHE

Gino Spadon spiega che ha definito la Carfagna "etimologicamente perfetta" perché ha voluto dare "carinamente" della serva alla signora ministra, ricordando che "ministro" significa originariamente "servo". Il "carinamente" nulla toglie all’intenzione ingiuriosa. Sarebbe come se io se dicessi di lui che è aitante e senza bastone, sperando che qualcuno ricordi che "senza bastone" è l’etimologia di "imbecille". Non bisogna insultare il prossimo, nemmeno in modo criptico: o non si ci si fa capire o l’insulto rimane insulto. E non bisogna poi meravigliarsi se qualcuno risponde per le rime. Per gli impegni pregressi lui resta del suo parere. Faccia pure: ma non dimostra certo che la ministra abbia sbagliato.

Al signor Montermini, che giustifica la pronuncia di s-cervellarsi per scervellarsi, nel senso che sarebbe addirittura da preferirsi, faccio semplicemente notare che le nostre opinioni non possono prevalere né sull’uso né sull’opinione dei dizionari. Per questi ultimi "scervellarsi" e "scentrare" si pronunciano con il suono "sc" di scena. Sciabattare invece è verbo non registrato.

Sul perché, nell’espressione "perlopiù", si usi "lo" invece di "il" non dispongo di dati ma non riesco a dimenticare che in spagnolo si usa l’articolo "lo" invece di "el" quando - secondo la loro terminologia - è articolo neutro. "Lo mio" significa "ciò che è mio". Dunque potrebbe trattarsi di un’espressione influenzata dalla lingua spagnola.

Gianni Pardo

KUNDERA. IL DELATORE

November 26, 2008

KUNDERA, IL DELATORE
Pierluigi Battista, sul “Corriere” del 24.11.’08, riferisce della recente scoperta che Milan Kundera, il grande scrittore che tanto ha avuto da patire dal comunismo, nel 1951 è stato a sua volta un delatore politico a danno di tale Miroslav Dvoracek. Costui, per causa sua, ha scontato quattordici anni di galera.
La notizia ha fatto scandalo ed ha suscitato un dibattito, soprattutto sull’opportunità di far conoscere questa orrenda verità. Cosa stupefacente. In realtà, l’unica discussione comprensibile sarebbe stata quella sulla fondatezza della notizia. E dal momento che proprio questa discussione è mancata, perché la notizia è fondata al di là di ogni dubbio, è di ben altro che bisogna parlare. Fra l’altro l’interrogativo che pone Battista non mi sembra fondato. Egli scrive: “Cosa deve fare un ricercatore se, indagando negli archivi, si imbatte in un nome celeberrimo, in una gloria letteraria, in un grande intellettuale di cui viene unanimemente onorata l’integrità etica e il rigore culturale?” Di questa di integrità etica è sempre stato lecito dubitare. Infatti Milan Kundera è un grande scrittore. È un grande intellettuale e un grande testimone dell’oppressione comunista. Ma non si può dire che sia un grand’uomo. Questa amara verità è rivelata innanzi tutto dalle sue opere. Utilizzerò ciò che ho scritto il 29 ottobre del 2002 non per libidine di autocitazione, ma per provare che tutto questo era chiaro anche anni fa. Prima della rivelazione di questi giorni.
“Il suo mondo – scrivevo nell’articolo su Maupassant, Verga e Kundera, in calce per chi volesse leggerlo - non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui. In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga.

Kundera sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione.

Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.
Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza”.
Debolezza e frustrazione, ecco il leit motiv delle sue opere. Ecco la sua trasparente autobiografia. Non c’è dunque da stupirsi se è giunto all’abiezione di denunciare qualcuno a quella stessa polizia politica che sembra essere l’incarnazione del male in “La Plaisanterie”. C’è chi ha la forza di fare il male, c’è chi ha la debolezza di fare il male, e non è detto che questo secondo valga più del primo.
Probabilmente, una parte del successo di Kundera è dovuta al fatto che gli intellettuali, stanchi di glorificare la virtù (in senso latino),  stanchi anche della violenza del Ventesimo Secolo, sono rimasti incantati da questi infiniti epigoni di Amleto. Siamo tutti troppo pensosi per essere energici, troppo capaci di visione dialettica del mondo per prendere risolutamente posizione, troppo sensibili, infine, per essere forti. Ma si dimentica che Amleto alla fine ha la forza di fare una strage. Si dimentica che la debolezza non giustifica nessuno, piuttosto ci squalifica. E non c’è tanto da condannare Kundera, che i suoi difetti ce li aveva proiettivamente descritti in centinaia di pagine quanto da capire che un vero uomo sa pensare, sa sentire, sa amare ma se necessario sa anche combattere. E se non sa farlo, non è un vero uomo. È uno che denuncia un altro uomo alla polizia politica e lo manda in galera per quattordici anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
26 novembre 2008
 

MAUPASSANT, VERGA, KUNDERA E LA REALTÀ
Maupassant, Verga e Kundera sono tre grandi autori pessimisti.
Maupassant  sembra pensare che la realtà sia fondamentalmente negativa. E sia tanto naturalmente, tanto innocentemente negativa, che la prevalenza dei personaggi “cattivi” sui personaggi “buoni” deriva da un loro migliore adattamento alla realtà com’è. In un mondo senza Dio, i grandi principi sono pure facciate dietro cui si nascondono i veri intenti degli uomini immorali, quasi sempre vincitori. Coloro che hanno un sincero atteggiamento morale sono viceversa gli ingenui, coloro che non hanno capito come stanno le cose: e dunque i perdenti.
In Maupassant non c’è crudeltà. Non c’è nemmeno cinismo: c’è disincanto. S’incontrano tante persone miserabili e interessate, vili e avide, prevaricatrici e bugiarde, che alla fine le persone stimabili divengono eccezioni insignificanti, quantités négligeables. Non è un piacere osservare come va il mondo, ma volendolo rappresentare onestamente, non si può che mostrarlo com’è. La società come egli la descrive somiglia ai documentari sui leoni: un mondo in cui il più forte deruba gli altri predatori o divora vivo il più debole e alla fine – lungi dall’avere scrupoli – dorme beato all’ombra, interrompendosi solo per stirarsi e sbadigliare.
Ovviamente, anche per il Francese sono necessari dei punti d’osservazione, e cioè dei personaggi che possono essere positivi (Boule de Suif) o negativi (Bel Ami). Ma ciò non cambia l’essenza del racconto, cioè l’affresco sconsolato della società com’è. Se la protagonista, la prostituta Boule de Suif, è positiva, ecco che incontra borghesi negativi; mentre l’arrampicatore sociale senza scrupoli, Bel Ami, protagonista negativo, incontra e sfrutta anche persone per bene. Poco importa: in ambedue i casi prevalgono i cattivi e il mondo rappresentato – il vero protagonista - è lo stesso.
Verga  è anch’egli un grande pessimista, ma il suo è un mondo meno naturalistico di quello di Maupassant. Mentre nel Francese la prevalenza di certi personaggi si spiega con la loro mancanza di scrupoli, e si potrebbe dire in forza della loro maggiore intelligenza, in Verga si ha quasi l’intervento di una divinità malevola. I suoi protagonisti non sono né più ingenui né più deboli degli altri: è il Fato, che li vince. La barca dei Malavoglia è carica di sfortuna e non per caso, ma per un’ironia feroce, si chiama “La Provvidenza”. È la tempesta, deus ex machina cieco e impersonale, che rovina i Malavoglia. Così come è la sfortuna che perseguita Gesualdo, fino a derubarlo costantemente del sapore della vittoria ampiamente meritata. Gesualdo è nato per vincere, è talmente abile, talmente positivo, che da Mastro diviene Don; e se non trionfa è perché l’autore lo perseguita. Mentre da un lato sorvola sui suoi successi, narra e sottolinea per esteso le sue sconfitte: in queste condizioni anche la storia di Giulio Cesare diverrebbe quella d’un vinto. Persino quando è costretto a dar conto delle sconfitte dei suoi nemici, verga lo fa distrattamente, come non contassero. La sorella di Gesualdo scende in guerra contro di lui ma alla fine non ne ricava nulla e l’autore scrive sobriamente che in quella battaglia lei s’era rovinata. S’era rovinata. Fosse capitato al protagonista, non ci sarebbe stato risparmiato nulla del suo dispiacere, delle sue umiliazioni, del suo fallimento.
Maupassant è obiettivo, Verga bara. E tuttavia lo fa con una tale arte, che alla fine col cuore gli crediamo. Per criticarlo bisogna essere usciti dai suoi libri da parecchio tempo, tanto da poterci riflettere a mente fredda.
Poi ci sono altre differenze, chiarissime: Maupassant è un superiore maestro di stile, Verga scrive male; e poco importa che ciò avvenga più o meno volontariamente. Maupassant è freddo, Verga è un grande artista. Maupassant fotografa, Verga dipinge.
Il caso di Kundera  è ancora diverso. Il suo mondo non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui.
In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga. Il Catanese infatti il suo bravo successo sociale a Roma l’ha avuto, lo stesso Maupassant è noto, oltre che come romanziere, come sportivo e come grande amatore superdotato. Kundera invece sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione. Il protagonista della “Plaisanterie” (“Lo Scherzo”) avrebbe mille ragioni per cercare di vendicarsi del suo rivale ma quando ne ha l’opportunità sente che è troppo tardi. Non ne ha più voglia. Forse non ne ha più il diritto. E forse ha capito che comunque – a causa di quell’uomo o d’un altro uomo, poco importa – egli era condannato alla sconfitta.
Kundera sembra dire che i migliori sono più sensibili, più delicati, più indifesi degli altri, e per questo sono destinati alla sconfitta. “Il pensiero ci rende tutti vili”, diceva Amleto. La nobiltà d’animo ci predestina alla morte e all’umiliazione, pensava Vigny. Ma mentre Amleto alla fine prende in mano il proprio destino, mentre Vigny di questa sconfitta si fa un’aureola e di questo martirio agita la palma, Kundera sembra solo spiegare come mai egli non abbia saputo difendersi, nella vita. Come mai egli non abbia avuto ciò che meritava.
Questo tuttavia fa sì che la sua opera non abbia né il vasto respiro sociale e umano di Maupassant, né la poesia di Verga. Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.
Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza.
Gianni Pardo.

KEEP SMILING

November 25, 2008

“Cara, ami la natura?” “Certo, sì. Perché me lo chiedi?” “Pensavo a come ti ha trattata…”
“Papà, sai dov’è la Camiciatka?” “E che ne so. È tua madre che mette a posto tutto”.
Un bambino fuma per la strada. Un vecchio signore gli dice: “Ah, birbante! Se il tuo maestro ti vedesse!” “Non si preoccupi. Non ho ancora l’età per andare a scuola”.
Il padre alla figlia. “La telefonata che hai appena fatto è durata solo venticinque minuti. La tua amica aveva da fare?” “La mia amica? Oh no. Ho solo sbagliato numero”.

LA CIVILTA’ DELL’ODIO

November 24, 2008

LA CIVILTÀ DELL’ODIO
Barbara Spinelli questa settimana ha scritto un articolo il cui senso, citando Lévi-Strauss, è che non bisogna avere paura della diversità delle civiltà; ché anzi queste progrediscono se si riconoscono, si comprendono, si integrano. Mentre l’attuale maggioranza – la Spinelli non lo dice, ma si comprende benissimo – cerca di tenere lontani gli immigranti e di rifiutarne la civiltà. Tesi discutibile.
Nessuno dice che l’incontro delle civiltà non sia positivo. La storia è proprio segnata da questa capacità, che aveva il conquistatore, di rispettare la civiltà del paese conquistato, pur esercitando su di esso il fascino culturale della propria civiltà. Roma, invece di distruggere Atene, ne adottò la civiltà. Malgrado la barbarie e gli infiniti episodi di crudeltà della conquista, dopo qualche tempo o il vincitore romanizzava la Gallia oppure il vinto, la stessa Gallia, romanizzava i successivi invasori franchi. E un esempio a noi più vicino è lo sterminato Impero Britannico. Forse in passato i popoli si rassegnavano meglio alla sconfitta; forse non era nata una “civiltà dell’odio” come quella che affligge l’epoca contemporanea. Certo è che questo schema - dolenti per Lévi-Strauss e per Barbara Spinelli - non si realizza sempre.
La tendenza alla convivenza è durata fino alla Seconda Guerra Mondiale. Poi il virus - forse frutto di quella tendenza all’ideologia totalizzante che tanti guasti ha provocato in Europa - si è insinuato dappertutto. I nazisti disprezzavano nazioni intere come la Russia; i russi odiavano in blocco i tedeschi; i giapponesi sono stati detestati nell’Estremo Oriente; le potenze coloniali hanno dovuto rinunziare al loro impero e dopo molte loro colonie sono state anche peggio di prima; non raramente infatti sono entrate in guerra fra loro: l’animosità infatti non ha funzionato solo nei confronti dell’uomo bianco ma anche nei confronti del vicino, si pensi all’India e al Pakistan; l’Unione Sovietica ha cercato di russificare il suo impero europeo ma caduto l’impero tutti hanno lasciato perdere il russo in favore dell’inglese e hanno cercato di dimenticare quella dominazione come un brutto sogno. Questa deprecabile tendenza al rifiuto dell’altro ha approfittato delle differenze di religione per rendere astiosi e violenti, a volte perfino assassini, quei musulmani che per secoli erano stati un modello di tolleranza. Non dimentichiamo che gli ebrei scacciati dalla Spagna nel 1492 sono stati generosamente accolti dai musulmani del Nord Africa e con essi hanno vissuto in pace per secoli.
Ecco perché il discorso della Spinelli non sta in piedi. Gli indiani d’America sarebbero potuti divenire amici dei coloni se i coloni non avessero avuto l’opinione che “l’unico indiano buono è l’indiano morto”. Anche noi potremmo divenire amici dei musulmani se essi non ci odiassero. In realtà, anche i moderati sono influenzati dagli integralisti, di cui non osano condannare i crimini. In totale, alcuni dementi sono riusciti a trasformare la frustrazione di etnie povere e ignoranti (ma non per questo immemori di un lontano, glorioso passato) in odio per chi vive meglio e soprattutto in volontà di non integrazione. Se noi offriamo alle figlie dei musulmani la libertà e la parità di diritti delle nostre figlie, essi sono capaci di ucciderle. L’unica integrazione possibile per loro sarebbe che le nostre figlie andassero velate e fossero passibili di lapidazione se adultere.
In queste condizioni non è facile credere all’incontro delle civiltà. Si può offrire agli altri di condividere i benefici del nostro mondo ma nessuno ci può chiedere di condividere la barbarie altrui. Barbara Spinelli comunque, non che convivere con dei palestinesi, per non avere a che fare con “inferiori” come gli italiani, vive a Parigi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
24 novembre 2008

IL PD SUL SOFA’ DI FREUD

November 23, 2008

IL PD SUL SOFÀ DI FREUD
Di Riccardo Villari si è parlato troppo, in questi giorni, ma parecchi commentatori, piuttosto che dimenticarlo, hanno esteso a tutto il Pd il problema costituito dal senatore napoletano. Villari come alfiere della faglia di S.Andrea che divide il Pd in veltroniani e dalemiani, Villari come simbolo di quell’attaccamento alle poltrone che fu denunziato per decenni come vizio infamante della Dc, Villari come fulgida smentita della pretesa diversità della sinistra. E forse altro ancora. L’unica cosa su cui tutti si sono trovati d’accordo, è stato nel dargli addosso. Quel senatore avrebbe forse lasciato la carica, in cambio di qualcosa o, quanto meno, di un trattamento rispettoso, e invece lo si è fatto oggetto di una serie infinita di insulti. Giampaolo Pansa ne ha riportato alcuni in un suo articolo: pazzo, completamente pazzo, cavallo pazzo, arlecchino servo di due padroni,  mummia democristiana, traditore come De Gregorio, l’onorevole-poltrona, “per la poltrona Riccardo Villari si venderebbe un parente” (Rosy Bindi!), uno stronzo (Franco Marini, con la maestà dell’ex-Presidente del Senato), un giuda che si è venduto per trenta denari (Di Pietro, originalissimo come sempre), un teatrante napoletano, un uomo falso, astuto, sleale e viscido, ed altro ancora. Quest’uomo  è divenuto il bersaglio lecito per qualunque attacco. Dal momento che la sinistra l’ha rinnegato, è stato immediatamente identificato come la testa di turco universale: non essendo difeso da nessuno, lo si poteva ingiuriare a volontà, senza correre rischi. E presto l’interessato ha avuto l’aria di dire: “Ah sì? E allora vi lascio la soddisfazione di vomitare tutto quello che volete e mi tengo la carica. Rosicate pure”.
Che il senatore abbia deluso chi pensava di utilizzarlo come Presidente-ponte per passare ad una personalità condivisa, non v’è dubbio. Che egli abbia commesso l’imperdonabile errore di dire che si sarebbe dimesso, non appena trovata questa personalità, non v’è dubbio. Ma non si possono neppure avere dubbi sul fatto che gli altri abbiano sbagliato nel non prenderlo con le buone, nel non offrirgli nulla, e che infine abbiano esagerato scendendo ai livelli del più volgare trivio. Rimane da capire il perché di tanta animosità.
Villari si è comportato male ed ha esemplificato, col proprio comportamento, i vizi della politica: l’amore per il potere, l’amore per la poltrona, la capacità di non mantenere la parola data e l’ipocrisia delle motivazioni nobili per coprire gli interessi personali. Ma l’osservazione inevitabile è che i vizi a lui attribuiti sono vizi di tutti i politici. Tutti sono ambiziosi (o non farebbero politica); tutti sono avidi di potere; tutti ambiscono alla poltrona; tutti tradiscono e tutti hanno una concezione molto disinvolta della parola data. Riccardo è un senatore qualunque. In quell’ambiente la voglia di medaglie e patacche è così irrefrenabile, così priva perfino del senso del ridicolo, che il governo ombra, nel quale tutti hanno sgomitato per entrare, è arrivato ad avere più di ottanta membri. Ottanta figuranti con spade di legno e feluche di carta che si chiamano vicendevolmente ministri e sottosegretari come in una recita parrocchiale. E questi politici osano contestare a Villari l’amore per la poltrona? Gli stessi politici che due anni fa hanno messo in croce Prodi, costringendolo a formare il governo più pletorico della storia d’Italia, con più di cento membri?
La vicenda ha il segno dell’abreazione tribale. Sappiamo tutti che i più severi spregiatori dei gay sono spesso coloro che soffrono di omosessualità latente: con la loro severità, con la loro acrimonia è come se volessero allontanare il sospetto di essere colpevoli proprio del “peccato” che biasimano. Nello stesso modo, i politici si sono dati ad insultare il senatore napoletano proprio perché così hanno potuto assumere l’atteggiamento ipocrita di chi dice: “L’avete visto, quell’uomo indegno? Ah, quanto siamo diversi noi!”
Non c’è un difetto di Riccardo Villari che non appartenga a tutti loro, inclusi gli uomini del centro-destra. Costoro hanno approfittato dell’occasione per condannare Villari mentre in cuor loro lo ringraziavano, per i guai che combinava a sinistra. Ci hanno guadagnato due volte.
Non si può coricare un’intera classe politica sul sofà di Sigmund Freud, ma Dio sa se ne avrebbe bisogno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 novembre 2008