DI PIETRO NEL MITO

December 31, 2008

DI PIETRO NEL MITO
Gli antichi Greci vedevano i lampi e percepivano i tuoni esattamente come noi. Ma mentre noi abbiamo nozioni di cariche positive e negative, loro potevano solo inventare una spiegazione mitologica: Giove tonante. E tuttavia per certi argomenti siamo nella loro stessa situazione. Ecco una serie di interrogativi cui nessuno sa dare una risposta soddisfacente. Come mai Di Pietro ha lasciato la magistratura? Come mai è stato sempre assolto? Come mai i pidiessini gli hanno offerto il laticlavio? E infine - mistero dei misteri, arcano degli arcani - che cosa è avvenuto nella primavera del 2008? Il Pd ha deciso di andare da solo, ha destinato al macero Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e perfino il partito socialista, titolare dell’ideologia, e i radicali li ha accolti come parenti poveri, da far mangiare in cucina con la servitù: come mai allora ha fatto un’eccezione per Di Pietro? Gli è stato consentito non solo di scampare alla catastrofe ma addirittura di farlo con la sua ragione sociale. E lui, per nulla grato, anzi con l’aria di essere inattaccabile, ha mancato subito alla parola data, ha costituito un proprio gruppo in Parlamento e ha condotto una continua politica di attacco e delegittimazione al partito che l’ha salvato. Se, al riguardo, disponessimo di tutti i dati su cariche positive e negative, non ci sarebbe nessun mistero: purtroppo, qui non possiamo che rifugiarci nel mito. Non ci sarà una parola di vero, ma i miti sono spiegazioni fantastiche, appunto.
Un giorno Giove si annoiava. Fece dunque venire Efesto sperando che, brutto e zoppo com’era, l’avrebbe fatto ridere. Purtroppo, quando lo vide arrivare, ebbe pietà di lui. Era solo un povero storpio che le divinità minori si mostravano al dito, sussurrando la parola “cornuto”. Si congratulò dunque per la qualità delle ultime saette che gli aveva confezionato e mandò a chiamare Hermes. “È il mio messaggero e, come tutti i rappresentanti, sa un mare di storielle”.
-Hermes, che mi racconti di bello?
-Per oggi chiamami Mercurio.
-Il nome latino. Che c’importa di quei selvaggi?
-Il fatto è che la storia che sto per raccontarti si svolge in Italia. È una storia di delinquenti che si fregano a vicenda.
-Divertente, disse Giove. E si mise comodo.
-Devi sapere che Tulito…
-Mai sentito.
-Tulito in greco; in italiano Di Pietro. Di Pietro era un pubblico accusatore senza pietà. Da solo, o con pochi amici, aveva sbaragliato il più grande partito italiano. Aveva annullato anche il Psi. Insomma dove passava lui non cresceva più l’erba. L’Italia intera era corrotta e dovunque mettesse le mani scopriva fango. Poteva dunque mettere in galera tutti e all’occasione, per fare numero, anche innocenti. Il risultato fu che alla fine dei grandi partiti rimase solo quello comunista.
-Questo non mi fa ridere, disse asciutto Giove.
-Abbi pazienza. Il fatto è che rimasero solo i comunisti non perché fossero onesti ma perché Di Pietro aveva deciso di servirsi di loro. Non aveva l’intenzione di lottare contro i corrotti, pensava alla carriera in politica e seppe cogliere un’occasione d’oro. Avendo le prove documentali del fatto che qualcuno aveva recapitato per fini illeciti un miliardo di lire nella sede centrale del Partito Comunista Italiano, in Via delle Botteghe Oscure, invece di usarle per distruggere la dirigenza di quel partito (sarebbe stato un gioco da ragazzi), mise da parte quelle carte e fece ai comunisti un discorso intelligente. Se io vi denuncio, disse, vi distruggo. Ma non ci guadagno niente. Se invece dal mio lato sto zitto e dal vostro voi mi date un seggio da senatore, mi sistemo per la vita. E voi potrete continuare a proclamarvi gli unici onesti.
Giove scoppiò in una risata che fece tremare l’Olimpo. Ripeteva tra i singhiozzi “i comunisti gli unici onesti, gli unici onesti…” Ma Mercurio proseguì.
Tutto andò come previsto. Le cose si complicarono quando il Pd…
-Che partito è?, chiese Giove.
-Il Pci, va bene? Ha cambiato nome ogni anno bisestile. Dunque il partito, nel gennaio del 2008, decise di andare alle elezioni da solo, e poiché c’era lo sbarramento del 4%, Di Pietro capì d’essere spacciato. Allora andò dai dirigenti e disse loro: io me ne fotto della vostra volontà di andare da soli. Andrete da soli, ma da soli con me.
Giove riprese a ridere. Ma il messaggero degli dei proseguì, implacabile.
Da soli ma con me. Diversamente racconto a tutti chi siete, dirò che siete corrotti al più alto livello e per grandi somme. Gli fecero ovviamente notare che si sarebbe distrutto anche lui, come accusatore e come moralizzatore, ma Di Pietro, pur essendo un uomo semplice, forse addirittura poco colto, era pieno di buon senso. Sì, lui si sarebbe rovinato, ammise. Ma era solo uno. Mentre dall’altro lato si sarebbe rovinato un intero partito. Tutto l’establishment corrispondente al trenta per cento degli italiani. Lui dunque li teneva in pugno. Tutto questo è disonesto! esclamarono i dirigenti ma lui si limitò a ridere: “Qui siamo fra noi, smettetela di dire fregnacce”.
Il risultato fu una sinistra italiana, votata da tante persone per bene, che in realtà era costituita da un partito di ricattati e da un ricattatore senza scrupoli. Gli italiani questa storia ancora non la conoscono, io invece la so perché, essendo il dio dei ladri, nell’ambiente a me dicono tutti la verità.
-Non ti preoccupare, la sapranno anche gli italiani, concluse Giove. Dirò a Clio, la musa della storia, di occuparsi della faccenda.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
Poiché su questo blog non ricevo un numero sufficiente di commenti, e forse non ho molti lettori, conto di chiuderlo a fine gennaio. Chi fosse ancora interessato ai miei scritti, apra da oggi www.pardo.ilcannocchiale.it
31 dicembre 2008
P.S. In seguito ho letto (in ritardo) un’intervista di Maurizio Gasparri in cui il politico del Pdl dice sul serio le cose che qui sono state dette sul piano della mitologia. Ecco il testo.
"Pronto a sfidare Tonino in tv: dica come sapeva dell’inchiesta"
di Francesco Cramer (Il Giornale, 28 dicembre)
Senatore Maurizio Gasparri, ha sfidato a duello Antonio Di Pietro… Sicuro di vincere?
«Certo, lui è un moralista alle vongole, è come il personaggio del film Il moralista con Alberto Sordi dove il protagonista è un burocrate censore, moralista ai limiti dell’assurdo, ma che in realtà è un losco individuo che fa la tratta delle bianche».
Andiamo bene… L’ex pm ha già detto che la citerà in giudizio per diffamazione.
«Non ho mica paura io, è lui che fugge. Vorrei solo che rispondesse all’interrogazione parlamentare che feci negli anni Novanta per chiedere spiegazioni sul trasferimento a Vasto del figlio Cristiano».
Querela in vista, senatore. Tanto lei ha l’immunità parlamentare…
«Ci rinuncio se lui accetta il confronto con me in televisione. Decida pure ora e canale».
Da Santoro le va bene?
«Eh, eh… Oddio, uno meno fazioso no? Vado pure da Santoro se Travaglio fa una scheda delle sue su Di Pietro. Ma deve aver avuto una paresi alla mano destra: non leggo nulla su Di Pietro… Se Travaglio mi chiama scrivo io, sotto dettatura».
Dia un altro vantaggio a Di Pietro: cos’altro gli vuol chiedere?
«Perché a un certo punto Di Pietro non parla più con Mauro Mautone? Prima si chiedono favori e poi silenzio di tomba? Dica al Paese da chi e quando ha saputo dell’indagine in corso».
Ha detto che l’ha saputo dalle agenzie di stampa.
«E ha mentito. Lo ammetta davanti agli italiani».
Ma non può dire che ha avuto una soffiata?
«No, perché è un reato. Anni fa il pm Woodcock mi accusò di aver avvisato una persona indagata».
E come andò a finire?
«Archiviazione, ne uscii pulitissimo. Voglio vedere come ne esce lui. Ma ripeto: io voglio andare in tv con l’ex pm, e vorrei che venisse accompagnato dal figlio».
Di Pietro si difende: «Cristiano non ha commesso nulla di penalmente rilevante».
«Lui ha crocifisso e massacrato gente per molto meno: bastava un ammiccamento… Come al solito due pesi e due misure. Ma ora è in crisi vera, l’ha visto in conferenza stampa?».
No, che è successo?
«Incespicava e commetteva molti più svarioni lessicali del solito, che già è tutto dire. Venga al duello: porterò pure le sue pagelle».
Che c’azzeccano le pagelle? Comunque ci riveli: come sono?
«Per dimostrare chi è… No, non anticipo nulla: le farò vedere in tv».
Però s’è laureato in fretta: 22 esami in 31 mesi e lavorando pure.
«Ho sempre detto che la laurea è vera. Il mistero resta la licenza elementare».
Mastella si lamenta: «Io sono stato massacrato, mentre i Di Pietro…»
«Ha ragione. Che differenza c’è tra la telefonata della moglie di Mastella e il figlio di Di Pietro? Perché la Guzzanti non organizza una bella piazza Navona? Perché Camilleri non fa una bella poesia sui Di Pietro?».
Però Tonino ha detto: «la magistratura indaghi pure».
«Perché spera in una solidarietà di casta: cane non morde cane».
La questione morale sta travolgendo il Pd: fate fatica a non esultare per le inchieste che questa volta colpiscono gli avversari?
«Non c’è nulla da esultare: c’è solo da prendere atto che la diversità morale della sinistra non c’è e non c’è mai stata».
Nemmeno con Berlinguer?
«Macché: il Pci viveva nella melma e nella illegalità con i finanziamenti delle coop rosse e di Mosca».
Riforma della giustizia, che molti auspicano condivisa. Violante ammette: «Dobbiamo toccare il santuario dei giudici», ma nel Pd non lo seguono tutti.
«Il Pd si fa dettare l’agenda dall’ex pm. Ma sa dove nasce questo patto tra Veltroni e Tonino? Dalla tangente Enimont. Per quel miliardo di lire a Botteghe Oscure Di Pietro non ha mai incastrato nessuno. Tutti non potevano non sapere tranne Occhetto, D’Alema, Veltroni».
E quindi?
«E quindi è arrivato il collegio blindato al Mugello».

KEEP SMILING

December 30, 2008

“Che cosa pensa del sesso sul lavoro?” “Ne penso malissimo”. “Come mai?” “Sono vetrinista”.
“E che farà, quando abbandonerà l’esercito?” “Conto di comprare un cannone e mettermi in proprio”.
Il giudice: “Se lei vuole collaborare con la giustizia, perché non comincia a dirci il nome del suo complice?” “Signore giudice, per chi mi ha preso? Mi crede capace di tradire il mio unico fratello?”

IL PRESTIGIO DEI GIUDICI

December 29, 2008

IL PRESTIGIO DEI GIUDICI
Tutti avranno notato che nei filmati americani il giudice fruisce di un grandissimo prestigio. Nessuno mai si azzarda a contestarlo o a discutere le sue decisioni. Da che cosa dipende, questo? Non certo dal fatto che egli sia competente di diritto: fino a prova contraria, anche in Italia qualunque magistrato lo è. Il prestigio del giudice anglosassone nasce dal modo di reclutamento.
Salvo errori, in Inghilterra e negli Stati Uniti diviene giudice penale chi ha già fatto una lunga carriera nel mondo del diritto. È un legale che ha acquisito un tale credito da essere nominato prima avvocato dell’accusa e poi giudice. Ed è questa la spiegazione dell’arcano: in Italia prima  si è nominati giudici e poi si può cercare di acquistare prestigio, in Inghilterra prima si acquista prestigio e poi si può sperare di divenire giudici. Da noi il prestigio del giudice è eventuale, da loro il prestigio è assicurato, perché è esso stesso la ragione della nomina.
In Italia, dove opera un oceano di avvocati, questo sistema offrirebbe innanzi tutto il vantaggio di disporre al bisogno di un numero illimitato di giudici (accelerando così l’iter della giustizia) e soprattutto eliminerebbe il rischio gravissimo di attribuire un’autorità eccessiva ad un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, solo perché ha superato un concorso. Oggi il sistema dà un enorme potere senza contraddittorio a chi non ha ricevuto un sufficiente numero di legnate educative, nella vita: e questo può indurre ad un complesso di onnipotenza o addirittura a forme di squilibrio. Chiunque abbia frequentato un  Palazzo di Giustizia sa quanto frequente sia l’incredibile arroganza di certi magistrati. Come diceva lord Acton, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. Ogni singolo giudice, soggettivamente, si sente la Cassazione.
L’avvocato invece ha il vantaggio che, in venti o trent’anni di professione, gli capita di vedersi dare ragione mentre ha torto e molto più spesso di vedersi dare torto mentre pensa di avere ragione. Impara dunque sulla sua pelle che la sua opinione non è la legge del mondo. Vede anche quali sono i difetti dei magistrati e tutto questo lo educa ed in una certa misura lo vaccina. Se invece fosse stato giudice sin da principio, nessuno si sarebbe mai permesso di dirglieli sul muso, i suoi errori. Avrebbe emesso con tracotante sicurezza sentenze che in appello o in Cassazione sarebbero state riformate - magari con qualche acida nota sulle sue motivazioni - mentre lui avrebbe potuto serenamente dimenticarle: è ciò che normalmente avviene. Gli avvocati invece seguono qualche caso addirittura nei tre gradi di giudizio e imparano, ancora una volta per esperienza, che gli stessi giudici si contraddicono: dunque è meglio non essere troppo sicuri delle proprie opinioni e val la pena di prendere in considerazione quelle altrui.
A proposito di opinioni: non esiste nemmeno una probabilità su cento che qualcuno prenda in considerazione questa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail. Poiché su questo blog non ricevo un numero sufficiente di commenti, e forse non ho molti lettori, conto di chiuderlo a fine gennaio. Chi fosse ancora interessato ai miei scritti, apra da oggi www.pardo.ilcannocchiale.it
8 dicembre 2008

QUESTIONI LINGUISTICHE

December 28, 2008

QUESTIONI LINGUISTICHE
"È uno di quelli che va al mare oppure egli è uno di quelli che vanno al mare?" chiede luca. Innanzi tutto, è sicuro che bisogna dire "che vanno". Più difficile è spiegare il perché di questo errore, oggi commesso da milioni e milioni di italiani, anche ai più alti livelli. La frase principale è: "egli è uno di quelli"; ed ecco il problema: la relativa che segue si riferisce a lui o a quelli? Se si riferisse a lui, la frase diverrebbe "egli è uno di quelli che va" e non si capirebbe più che cosa fanno "quelli". Dal momento che "quelli" ci sono, è ovvio che si intende dire: "egli è uno del gruppo di coloro che vanno (e non certo va) al mare". Questo errore inammissibile si spiega col fatto che il parlante intende talmente riferirsi al soggetto da dimenticare di aver accennato ad altri. La sua frase ideale sarebbe stata: "Come molti altri, egli va al mare". Ma non c’è speranza, questo errore sembra inestirpabile. Forse passerà nella lingua come il francese "avoir l’air", avere l’aria, che viene usato anche con l’aggettivo al femminile mentre "air" è maschile. Come se in italiano dicessimo "egli ha l’aria stupido". I francesi hanno finito con l’usare "avoir l’air" come "sembler", sembrare.
Tempo da lupi e tempo da cani. Per i cani, si tratta di uno degli infiniti riferimenti sprezzanti a questi amici dell’uomo. Per i lupi si può invece dire che il riferimento è più preciso. Di solito i lupi evitano l’uomo ma, in momenti di particolare freddo, sono disposti ad avvicinarsi all’abitato per procurarsi il cibo: da questo - credo - l’espressione "tempo da lupi". "Un tempo tale che non ci stupiremmo di veder apparire dei lupi nell’abitato".

La “lenzuolata domenica di Scalfari”, come si usa chiamarla, oggi si segnala per l’uso di una lingua italiana sorprendente. Nel secondo paragrafo usa la parola “malformità”. Si conoscevano le malformazioni, ma le malformità sono una new entry. Forse presto, dopo le informazioni avremo le informità e dopo le rottamazioni le rottamità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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28 dicembre 2008

 

SORDI

December 27, 2008

Titolo del “Corriere”: “Coro di appelli per il cessate il fuoco”. Tutti, dagli Stati Uniti alla Russia, chiedono che si torni alla tregua. Che gli Israeliani cessino i loro bombardamenti e i palestinesi il lancio di razzi. Rimane solo una perplessità: perché tutti questi capi di stato, egiziani, francesi, iraniani ecc., non abbiano chiesto la cessazione delle aggressioni nei giorni scorsi, quando i palestinesi lanciavano quotidianamente razzi e gli israeliani subivano. Che solo le esplosioni dei missili israeliani siano abbastanza forti per politici duri d’orecchio?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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27 dicembre 2008

LA LEZIONE ABRUZZESE

LA LEZIONE ABRUZZESE
Le vicende giudiziarie di molti esponenti del Pd hanno provocato un grande dibattito. Personaggi del calibro di Walter Veltroni o Luciano Violante sono stati molto severi. Se un politico può essere squalificato fino a metterlo in galera, per poi magari chiedergli scusa quando ormai la cosa ha avuto effetti irrimediabili, c’è qualcosa che non va. La magistratura “dovrebbe essere più prudente”. Il sistema abbisogna di correzioni. Insomma si riconosce che questi fatti sono gravissimi e non dovrebbero ripetersi.
Per chi non è di sinistra, si tratta di banalità. È in questo modo che, una quindicina d’anni fa, si sono eliminati dalla scena due grandi partiti politici italiani. Solo che allora, invece di scandalizzarsi perché un innocente era stato messo in galera ed annientato, i media e la sinistra si dedicavano con voluttà all’arresto del politico successivo, anche se poi per caso fosse risultato che anche lui non era colpevole di nulla: nel frattempo infatti la scena si riempiva di altri personaggi. La carretta che conduceva alla Place de la Révolution viaggiava sempre a pieno carico.
Per comprendere il delirio giustizialista plebeo bisogna entrare nella logica rivoluzionaria. Il popolo ha sete di sangue ed è disposto a versare anche quello degli innocenti. I giacobini avrebbero facilmente detto che tutti i nobili erano meritevoli di morte, come i comunisti avrebbero facilmente gettato in galera tutti i politici democristiani, “buttando via la chiave”.
E se proprio uno dei reietti è innocente - fatto definito appena “spiacevole” – si tratta di un piccolo prezzo pagato per una grande causa. Non c’è nulla da cambiare. L’esecutivo e il legislativo sono forse corrotti, ma non lo sono i giudici. Essi siedono su uno scranno più alto e sono degli imparziali esecutori della legge.
Santa ingenuità. Secondo l’economista Carlo Cipolla, in qualunque ambiente c’è la stessa percentuale di cretini: dunque ce ne sono anche fra i magistrati. In secondo luogo, è vero che il giudice è sottoposto alla legge, ma si possono anche fare leggi che tolgono ogni seria garanzia al cittadino innocente. Un buon esempio è costituito dall’evanescente (e gravissimo) reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Infine il magistrato non è affatto al di sopra della mischia. Prima della Rivoluzione i giudici erano fin troppo teneri con i nobili, durante il Terrore ne hanno mandati a morte a migliaia senza il minimo scrupolo. Sono questi, gli esseri superiori ed imparziali?
La Destra ha a lungo denunciato una magistratura che ha cercato di realizzare una via giudiziaria al potere comunista e la Sinistra ha vivacemente contestato questa tesi. Per essa la magistratura si è limitata a reprimere i reati, commessi soprattutto da politici di destra. Purtroppo, in questi giorni i giudici stanno colpendo soprattutto dal suo lato  e dunque si è dinanzi ad un bivio: o il Pd ammette la faziosità della magistratura (e smentisce la tesi dell’imparzialità, sostenuta per anni), oppure accetta – orrore! – che ci sono più corrotti a sinistra che a destra. Smentendo così la teoria della superiorità morale della sinistra, lanciata con squilli di trombe angeliche da Enrico Berlinguer.
L’unica certezza storica che abbiamo è che prima la magistratura ha colpito a lungo, e pressoché esclusivamente, politici di centro-destra, mentre in questi mesi sembra accanirsi pressoché esclusivamente su politici di centro-sinistra. E dal momento che non si riesce ad ipotizzare né l’improvviso decadimento morale di tutto un gruppo, né un’altrettanto improvvisa sua redenzione, è giocoforza credere che, per una concomitanza casuale o per un’azione concertata, la magistratura ha cambiato comportamento. E questo smentisce una volta per tutte l’imparzialità del magistrato che, come è riuscito a demolire la Democrazia Cristiana, potrebbe domani far sparire dalla scena l’attuale Partito Democratico. E sarebbe un uso eversivo della giurisdizione.
Nessuno dice che, se un assessore ruba, la magistratura non debba disturbarlo: solo che l’azione non deve mai avere sapore politico generale: “la destra è disonesta”, oppure “la sinistra è disonesta”. Se si riscontra un decadimento morale e giuridico dei funzionari pubblici, si è in presenza di un problema politico che deve avere una soluzione politica. Non è il singolo piccolo magistrato di un paesino sperduto che, abusando dei suoi incontrollati poteri, deve moralizzare il paese, accusando Prodi o Mastella. Oppure notificando un avviso di procedimento per mafia al Capo del Governo mentre presiede una riunione internazionale anticrimine a Napoli. Se poi la stessa magistratura dichiara quel reato insussistente si mette la coscienza a posto: ma rimane politicamente colpevole. Gravemente colpevole. E il danno all’Italia intera non è risarcito.
Non nell’interesse del centro-destra o del centro-sinistra, ma nell’interesse del Paese sarebbe bene che  la magistratura, come un fegato o un paio di reni che funzionano, si facesse ignorare e funzionasse in silenzio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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27 dicembre 2008

KEEP SMILING

December 26, 2008

È difficile essere una donna. Se ti fai bella, è per un altro uomo. Se non ti fai bella, è che ti lasci andare.

È difficile essere una donna. Quando un uomo è promosso, è perché è più bravo e capace di altri. Quando una donna è promossa, è perché è andata a letto col capo.

È difficile essere una donna. Quando vai a letto con un uomo, sei una troietta. Se non lo fai, non lo ami.

È difficile essere una donna. Se sei tenera, sei ridicola. Se non lo sei, sei insensibile.

 

L’ATEO NEL CONCLAVE

December 25, 2008

L’ATEO NEL CONCLAVE
Le lettere ai giornali sono per la maggior parte illeggibili. Offrono soluzioni farsesche a problemi serissimi oppure sono afflitte da un moralismo da barberia o da sagrestia. Alcune però, ogni tanto, si lamentano dell’ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato italiano: difendono la laicità del Paese e perfino la sua indipendenza in campo legislativo. E tuttavia anch’esse hanno largamente torto.
Se uno scienziato interrompesse un conclave affermando: “State perdendo tempo, ché tanto Dio non esiste”, il risultato sarebbe soltanto che il malcapitato sarebbe portato via di peso. Viceversa, se i cardinali dicono: “Lo Stato italiano non deve ammettere il divorzio”, non fanno la fine di quello scienziato. Perché in Italia si dà peso all’opinione dei cardinali. Dunque la prima risposta da dare, a chi si lamenta dell’ingerenza della Chiesa, è che il torto non è di chi parla ma di chi ascolta.
Qualcuno obietta ingenuamente che il caso dei prelati è diverso da quello di tutti gli altri cittadini. Ma l’obiezione è suicida: essi non sono colpevoli della loro autorevolezza. Se molti italiani ne seguono l’insegnamento, la Chiesa ne ricava anzi una particolare legittimazione ed ha il diritto di parlare in nome di quelli che la pensano come lei.
Qualcun altro dice che il loro intervento è insopportabile perché essi non si rivolgono solo ai fedeli, ma vorrebbero imporre il loro punto di vista a tutti i cittadini. Non dicono insomma “i cattolici non dovrebbero mai divorziare” ma “lo Stato non dovrebbe prevedere il divorzio”. Purtroppo, anche qui i laici hanno torto.
La Chiesa cattolica esercita il suo magistero su due piani. Uno precisamente dottrinale (la confessione) ed uno etico-filosofico (onora il padre e la madre). Accetta da un lato che gli uomini possano avere religioni diverse (i protestanti non ammettono la confessione e la Chiesa non chiede che lo Stato l’imponga a tutti) ma per altri argomenti ritiene di sostenere una “morale naturale” cui l’uomo ha il dovere di aderire indipendentemente dal suo essere cattolico. Gli esempi sono numerosi.
Il matrimonio  fra uomo e donna è un istituto fondato sulla natura. Quando la Chiesa si batte contro il matrimonio omosessuale non lo fa in nome della Fede ma in nome dell’umanità. Quando ha l’aria di imporre i principi cristiani anche ai non cristiani reputa di fondare il proprio insegnamento non su verità di fede ma su verità di ragione. E la retta ragione, dal suo punto di vista, si impone a tutti. Non diversamente da come si impone la tavola pitagorica.
Questa cattedrale concettuale crolla dinanzi ad un’obiezione elementare: ciò che la Chiesa ritiene verità di ragione per molti laici non è tale. Se il matrimonio, secondo quanto afferma il Code Napoléon, è “un contrat civil”, non si vede perché non possano contrarlo due cittadini qualunque. La Chiesa afferma che l’embrione ha tutta la dignità dell’essere umano e merita la stessa protezione, il laico la pensa diversamente. La Chiesa afferma che la vita dell’uomo non è nella sua disponibilità, il laico dice che la sua vita è solo sua e l’eutanasia è un atto di pietà. La Chiesa reputa che la morale imponga limiti alla ricerca scientifica, il laico pensa a Galileo e dissente vigorosamente. È una guerra senza fine che i laici vincerebbero  se solo si limitassero a non ascoltare la Chiesa. Basterebbe affermassero, nel singolo caso, che si tratta delle opinioni di un’organizzazione cui essi non riconoscono nessuna autorità.
Se invece, non appena un arcivescovo o un cardinale dice qualcosa, radio e televisione si precipitano a riferirla con deferenza, è segno che in Italia ci sono ancora molte persone sottoposte all’autorità del Vaticano. E bisogna tenerne conto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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25 dicembre 2008

KEEP SMILING

December 24, 2008

EDIZIONE NATALIZIA
Un avvocato dalle tariffe modeste, un politico onesto e Babbo Natale trovano un biglietto da cinquanta euro. A chi va la sommetta? A Babbo Natale. Gli altri due non esistono.
“Mamma, mamma, gli angeli volano?” “Certo, piccina mia, gli angeli volano”. “E Marietta vola?” “Come vuoi che voli? Marietta è solo la donna di servizio”. “Ma ho sentito papà che le diceva Tu sei il mio dolce angelo”. “Allora hai ragione tu, Marietta volerà via”.
Un tacchino chiede all’altro: “Tu credi ad una vita dopo Natale?”
Il padre di famiglia si veste da Babbo Natale, si mette un sacco sulle spalle e va nella stanza della figlioletta di quattro anni e dice a lei e alla moglie: “Là fuori, dal bosco ecco io vengo. Vi devo dire che è proprio Natale, e dappertutto, sulle cime degli abeti, ho visto luccicare stelline d’oro”. E la bambina: “Mamma, papà si è rimesso a bere?”
Dalla Bild Zeitung. E poi dicono che i tedeschi non hanno il senso dell’umorismo!

KEEP SMILING

December 23, 2008

Domande: come mai la parola “abbreviazione” è così lunga?
Perché Noè non ha ammazzato la coppia di zanzare, sull’Arca?
D’accordo, mi compro un nuovo boomerang. Ma poi come mi libero del vecchio?
Come mai non c’è cibo per gatti al sapore di topo?
Se è vero che gli aeroplani sono così sicuri, come mai i posti da cui si parte si chiamano “Terminal”?