FINI STRAPARLA

December 19, 2008

FINI STRAPARLA
Quando parla un uomo politico, le sue parole sono esaminate su due piani: quello semantico normale e quello semantico sottotraccia. Ci si chiede cioè ciò che ha detto e ciò che ha fatto capire. Per quanto riguarda Fini, il suo atteggiarsi a neutrale fra centro-destra e centro-sinistra, per esempio, formalmente risale alla sua posizione di Presidente della Camera dei Deputati, sostanzialmente fa pensare alla sua volontà di distinguersi da Berlusconi e, in prospettiva, di prepararsi la strada per futuri successi. Magari con un appoggio bi-partisan.
Ecco perché si prova fastidio ascoltando le sue recenti dichiarazioni contro Riccardo Villari. Egli invoca le dimissioni di questo senatore da Presidente della Commissione di Vigilanza e parla nel contempo di “trovare una interpretazione per una revoca del mandato”: espressione che corrisponde a dire che i politici non sottopongono la propria volontà alla legge, ma cercano una legge che corrisponda alla loro volontà. Per sua fortuna stavolta si è espresso a favore del centro-sinistra e dunque nessuno gli ha fatto notare questo imperdonabile svarione giuridico.
Fini in realtà non parla per amore della legge, visto che nessuna legge impone la rimozione di quel senatore; non parla per amore della Commissione di Vigilanza sulla Rai, perché se ne è potuto fare a meno per molti mesi e ancora si potrebbe; né può avanzare il pretesto che attualmente essa non può funzionare, perché sarebbe facile rispondergli che è bloccata non dalla presenza di Villari ma dall’assenza dei membri del Pd. Il Presidente parla come parla senza alcuna necessità e solo per compiacere il centro-sinistra: questo non gli fa onore. La sua neutralità, se proprio volesse dimostrarla, sarebbe meglio espressa dal silenzio.
Altra affermazione: “La presidenza della Vigilanza per prassi va all’opposizione”. Vero. Ma da quando in qua si può, in omaggio alla prassi, attaccare e porre in non essere un diritto soggettivo, come quello di rimanere nel posto al quale si è stati eletti? E poi, Villari non appartiene forse all’opposizione?
Questo senatore, obietta ancora Fini, non è adeguato a ricoprire quella carica perché non appartiene al Pd ma al gruppo misto. Dimenticando che Villari apparteneva al Pd quando è stato eletto (e non sta scritto da nessuna parte che, venendo meno questa qualità, ne consegua la revoca del mandato), e poi che se oggi non vi appartiene più, è perché quel partito lo ha espulso. Dunque è il Pd che ha rinunciato ad avere un suo senatore come Presidente di quella Commissione.
Rimane la strada della revoca ma “questa, dice bontà sua il Presidente, mi pare una strada abbastanza difficile”. Difficile? Forse “illecita” sarebbe un aggettivo più adeguato.
Ed ecco la conclusione: “In ogni caso è opportuno e doveroso porre fine a questa anomalia". E qui si è tentati di sorridere. Opportuno? doveroso? Ciò che è opportuno e doveroso ciascuno deve imporlo a se stesso; diversamente, se lo si applica agli altri, sarebbe possibile ammantare il proprio egoismo di belle parole. Uno potrebbe dire che Rockefeller è molto, molto ricco e sarebbe opportuno e doveroso che gli versasse sul conto almeno un paio di milioni di dollari.
A volte si è costretti a rimpiangere che perfino un uomo intelligente come Gianfranco Fini parli troppo. Se stavolta gli  è andata bene, è solo perché i suoi critici hanno interesse a tacere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
19 dicembre 2008

LUOGHI COMUNI

LUOGHI COMUNI
Narra una leggenda che il direttore della Notte, Nino Nutrizio, molti anni fa avvertì i suoi giornalisti che se qualcuno, in occasione di un suicidio o di un omicidio, avesse parlato del “folle gesto”, sarebbe stato licenziato. Poco importa la storicità del fatto: sicuro è che quel provvedimento sarebbe opportuno, anche se ridotto ad una semplice multa di cento euro. Bisognerebbe farli pagare a chiunque parli di “alberghi che registrano il tutto esaurito”, di “spiagge prese d’assalto”, di “tenere la guardia alta”, della “campanella” che suona all’apertura delle scuole, dell’opportunità in politica di “un salto di qualità”, di “una cabina di regia”, di “fare un passo indietro”, di “sedersi intorno a un tavolo”, o, peggio ancora, di “aprire un tavolo”, “lanciare un tavolo”…
Accanto a questi brutti vezzi espressivi – manifestazione di piatto conformismo linguistico e mentale – esiste un peccato concettuale forse ancora più grave: quello di indicare, parlando di un problema, il risultato desiderabile invece dei mezzi atti a raggiungerlo. C’è chi, di fronte alla tragedia mondiale della fame, dice che “bisognerebbe disporre di più cibo, almeno per i bambini”. Ecco una balordaggine. Se si disponesse di più cibo, il problema non si porrebbe. Qualcuno crede di dire di più spiegando: “Bisognerebbe che noi facessimo qualcosa per offrire più risorse alimentari alle popolazioni affamate”. Noi chi? E poi, che cosa? E risolverebbe il problema? Chi non conosce esattamente il problema e non parla del modo di  raggiungere uno scopo non parla di nulla.
L’effetto più triste, di questa fuffa mentale, è che essa è auto consolatoria. Molti, che non hanno nulla da dire, che non hanno idee, e men che meno soluzioni, credono, rifugiandosi dietro queste parole vuote, di avere detto la loro, di avere contribuito al dialogo, e perfino di aver fatto bella figura.
Il problema è senza rimedio. A parte il fatto che sarebbe ingeneroso buttare lì uno “sta’ zitto, cretino!” (perfettamente meritato), perché esistono anche gli imbecilli in buona fede, la lotta contro la stupidità è vana. Come disse ironicamente De Gaulle, si tratterebbe di un “vaste programme”, di una guerra perduta in partenza. Una guerra antidemocratica per giunta, se è vero che gli sciocchi costituiscono la maggioranza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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19 dicembre 2008