CINQUE NOTAZIONI

January 7, 2009

CINQUE NOTAZIONI
Uno. Malgrado l’invasione, Hamas ha ancora la capacità e la volontà di lanciare RAZZI contro il sud di Israele: ma fa il proprio interesse? È vero che si trova dinanzi ad un dilemma impossibile: se continua, può affermare che Tsahal non ha ancora vinto e per ciò stesso ne giustifica l’azione; se smettesse e promettesse la pace, Israele perderebbe ogni giustificazione, se volesse continuare la propria azione, ma purtroppo molti arabi penserebbero che Hamas ha chinato la schiena. Infatti quell’organizzazione ha solo predicato l’annientamento di Israele, anche col sacrificio proprio e dei palestinesi. I lanci cesseranno o perché gli israeliani avranno scovato i razzi o perché i terroristi non potranno più ricevere rifornimenti.
Due. La DIPLOMAZIA, nelle crisi internazionali, ha la sua importanza ma stavolta fa ridere. Da un lato Hamas non capisce neanche la voce del cannone, dall’altro gli israeliani hanno imparato per esperienza che gli impegni dei palestinesi non valgono nulla. Essi possono contare solo sui risultati ottenuti. L’attività diplomatica, oggi come oggi, influisce sul risultato quanto le grida di trionfo o di disperazione di chi assiste ad una partita di calcio in televisione. Si negozia quando si ha qualcosa da dare e qualcosa da ricevere e Hamas non ha nulla da offrire. Che può dire, che ferirà tutti gli israeliani invece di ucciderli?
Tre. Se si parla di TREGUA, ecco le due richieste di Hamas: cessazione delle operazioni e riapertura dei valichi. La prima richiesta è inutile dal momento che Israele, se sarà riuscita a mettere Hamas in condizioni di non nuocere, non vedrà l’ora di andarsene. La seconda è assurda. Se fossero aperte le comunicazioni fra Gaza e l’entroterra, Hamas ne approfitterebbe per importare razzi ed esportare kamikaze. Nessuno ha notato che da mesi o anni Israele non subisce attacchi terroristici?
Quattro, i media parlano delle VITTIME CIVILI con scandalo, come se la guerra si potesse fare senza danni collaterali. Bisognerebbe al contrario cominciare col rimproverare ad Hamas la politica criminale di confondersi con i civili e di immagazzinare armi e razzi nelle case, nella speranza o che Israele non osi attaccarle o che faccia vittime innocenti. Fra l’altro, i  media hanno la disonestà di presentare i morti come se Tsahal avesse voluto uccidere dei civili, dimenticando che se Israele volesse provocare immense stragi potrebbe bombardare Gaza come gli inglesi hanno bombardato la Germania e gli Americani il Giappone.
Cinque. Per quanto riguarda il DIALOGO, gli israeliani sono scoraggiati. Hanno tentato per decenni di ottenere la pace (anche con concessioni notevolissime, il 93% dei territories) e ora Tzipi Livni dice: noi non trattiamo con i terroristi, noi lottiamo contro i terroristi. Viceversa per D’Alema la pace va fatta col nemico e a prima vista si è tentati di dargli ragione: il suo atteggiamento ha tutte le stimmate della Realpolitik. Purtroppo, è sbagliato lo stesso. Egli si esprime come se Hamas fosse disposta alla pace e Israele no, mentre è sempre stato l’opposto. Il realismo include e presuppone la conoscenza della realtà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.
Poiché su questo blog non ricevo un numero sufficiente di commenti, e forse non ho molti lettori, conto di chiuderlo a metà gennaio. Chi fosse ancora interessato ai miei scritti, me lo segnali oppure apra da oggi www.pardo.ilcannocchiale.it
6 gennaio 2009

QUESTIONI LINGUISTICHE

QUESTIONI LINGUISTICHE
Qualcuno chiede perché Màrio e Marìa hanno diversa accentazione e il prof.De Rienzo, sul “Corriere della Sera” allarga le braccia. Dovrei farlo anch’io ma credo che la risposta sia semplice: Mario è un nome romano (chi non ricorda Mario e Silla?) mentre Maria è l’adattamento latino di un nome ebraico, Miriam. Dunque Maria non è il femminile di Mario.
Un lettore sostiene che nell’espressione  "Che brutto paese! Non ci resterò a lungo" “ci” è pronome e non avverbio di luogo. Io non sono d’accordo ma comincio a chiedermi se la diatriba non nasca da un fraintendimento. Se dico “non ci resterò” e penso “in questo luogo”, si tratta certamente di un avverbio di luogo. Se invece penso “in esso” si tratterebbe di pronome. E in  fondo, che importanza ha? Mi viene in mente un esempio in francese. In questa lingua la paroletta “où” corrisponde al nostro “dove”, solo che è correttissimo dire e scrivere “le jour où je l’ai connu”: “il giorno in cui l’ho conosciuto”. E allora, “dove” è diventato pronome relativo? I francesi non colti un tempo avranno cominciato col pensare “il giorno dove l’ho conosciuto” e questa forma è diventata corrente. Il Robert qualifica questo “où” un “uso temporale” dell’avverbio di luogo, a me sembra un pronome relativo, e in totale ciò che è essenziale è che i francesi parlando si capiscono benissimo. E ricordo anche un gioco di parole inglese: “He said that, that that “that” that that man said, was not correct”. Traduzione: “Disse questo, che quel “that” che quell’uomo disse non era esatto”. Forse tutto il problema è futile: le parole hanno il significato che i parlanti assegnano loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
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7 gennaio 2009